martedì , 20 febbraio 2018
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La Russia di Putin: l’intervento chiave del consenso

“I valori su cui si basano le nostre civiltà non sono poi così diversi, per questo dobbiamo impegnarci per un’Europa integrata, estesa da Lisbona a Vladivostok”. Parole di Vladimir Putin, a poche ore dal vertice di Ginevra del 17 aprile. Parole in apparenza concilianti, che lasciavano preludere all’intesa poi raggiunta vertice-durante.

Non mancano però chiavi di lettura inquietanti. Le stesse parole infatti, inclusi i riferimenti geografici, sono tra i punti chiave della teoria sull’Eurasia di Aleksandr Dugin, attuale consigliere del Presidente russo e leader del movimento nazionalista “Eurasia”, il cui programma è fondato essenzialmente su tre punti: anti-Atlantismo, crollo dell’Unione Europea così come attualmente concepita, tutela della nazione russa e dei russofoni ovunque si trovino.

Tanti sono gli elementi che confermano la crescente influenza dell’anti-Atlantismo sulle decisioni di Putin. “Fino a due anni fa ero un mostro, ora il mio momento è tornato. Sono considerato, sono invitato a tutti gli eventi del governo” dice Aleksandr Prokhanov, ex-penna del regime sovietico, nonché maestro di Dugin, in una recente intervista all’International NYT.

Due anni fa, appunto, il momento della svolta per Putin. Nei primi due mandati presidenziali Vladimir, anche in virtù di un accordo con l’oligarchia, aveva cercato l’equilibrio tra le istanze nazionaliste che chiedevano uno Stato forte e le spinte verso la liberalizzazione, portando la Russia verso tassi di crescita stabile e aperture all’Occidente (es. ingresso in WTO). La campagna elettorale del 2012 segna la svolta. Anche a causa della crisi economica occidentale, l’economia russa subisce un rallentamento, evidenziando la necessità di riforme interne. Riforme per la cui attuazione soprattutto la borghesia ex-alleata di Putin ritiene più idoneo il moderato Medvedev.

Un “tradimento” che spinge Putin a cambiare orizzonte alle sue politiche, cercando consensi alternativi. Per una svolta del genere è necessario un nemico, servito a Putin su un piatto d’argento dai nazionalisti: gli Stati Uniti. Nella nuova chiave di lettura, la crisi economica occidentale (e non le mancate riforme) e il modello economico liberista americano sono i veri responsabili delle difficoltà economiche russe e delle disuguaglianze. E le crisi politiche, per esempio in Ucraina, sono conseguenze delle manovre imperialiste occidentali. Una versione della Russia “accerchiata” quindi, con la leadership russa (Putin) che si assume la responsabilità di tutelare la nazione russa da questa invadenza.

In quest’ottica anche l’epoca sovietica, in una sorta di revisionismo storico, torna ad essere per alcuni aspetti un’epoca d’oro, durante la quale la nazione russa era in grado di fronteggiare e tenere testa al “nemico americano”. Gli effetti sono evidenti in molti recenti provvedimenti di Putin, ad esempio la recente chiusura dell’emittente “Voice of America (che trasmetteva dagli anni ’90), oppure le nuove accuse nei confronti di Michail Gorbačëv, portata avanti proprio da esponenti di “Russia Unita”.

In questa chiave potrebbe essere letta anche la nuova legge sulla cittadinanza, che ne facilita la concessione a favore dei cittadini russofoni, ovunque risiedano. Per non parlare del nuovo approccio in politica estera, basato sull’aggressività a tutela della nazione russa contro l’ingerenza “nemica”. Un “nuovo corso” ed una nuova retorica che sembrano fruttare. Dopo l’intervento in Crimea la popolarità di Putin è cresciuta esponenzialmente. Malgrado i dati economici non lusinghieri.

Più che l’attuale consenso interno, a sorprendere è però il successo di Putin al di fuori della Russia, soprattutto in movimenti di idee estreme. Per i movimenti di destra infatti, Putin diventa (per le politiche conservatrici e il piglio in politica estera) paladino contro le idee “progressiste” dell’UE e contraltare all’incapacità di incidere tipica dell’UE. Per Putin invece gli euroscettici di destra e i loro crescenti consensi diventano uno strumento per indebolire l’UE. La stessa UE debole che rientra tra gli obiettivi di Dugin e che in ogni caso fa comodo a Mosca, in quanto ritarda ad esempio lo sviluppo di una politica energetica comune. A poco valgono in questo asse le contraddizioni ideologiche, con movimenti di destra che osannano un uomo la cui retorica fa dell’epoca sovietica un periodo d’oro.

Contraddizioni ancora più ampie quelle che caratterizzano il successo di Putin tra le sinistre europee, figlio probabilmente solo di retaggi storici e di un’immagine di lotta al sistema capitalista che la Russia odierna però non ha alcuna intenzione di rappresentare. Contraddizioni che portano Putin in un vicolo cieco. Se il consenso basato sulle riforme e sulla crescita è infatti un consenso stabile, quello basato sul “nemico” e sulle “prove di forza” è un consenso di breve periodo. Putin è prigioniero. Se un russo chiede aiuto, a torto o ragione, e lui non interviene, perde consenso. Se non c’è una crisi in cui intervenire, Putin perde consenso. Se esistono dubbi sulle sue scelte future, è il caso di cominciare a tenere conto di una certezza: non si sa dove né quando, ma Putin interverrà.

Nell’immagine, “Putin eyes” (© thierry ehrmann, www.flickr.com) 

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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One comment

  1. Articolo molto interessante e condivisibile, da leggere tenendo anche presente anche la battaglia culturale di Putin, il suo “spirito conservatore” a favore della famiglia, dell’ortodossia e della tradizione, senza la quale mancherebbero le fondamenta di tutto il discorso neo-imperiale (I pilastri del nuovo impero russo).

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