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La storia infinita dei negoziati UE-Turchia: l’inizio della fine?

La disputa intorno al piano di riorganizzazione urbanistica di Gezi Park e le relative proteste che si sono estese a macchia d’olio in tutta la Turchia lo scorso giugno hanno fatto riemergere questioni che sembravano ormai sopite o sottintese, come il grado di legittimità del modello democratico turco e lo stato di salute delle relazioni fra UE e Turchia. Molto è stato scritto a proposito della deriva autoritaria di matrice islamico-conservatrice assunta dal governo Erdogan dopo le elezioni del 2011. E’ invece passata in sordina la decisione dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea di rimandare la ripresa di negoziati di adesione della Turchia di quattro mesi, alla luce dei fatti di Piazza Taksim.

I negoziati non riprenderanno dunque prima di ottobre, ovvero dopo che si saranno tenute le elezioni in Germania. La tempistica non è certo casuale: Angela Merkel non ha mai nascosto il suo scetticismo nei confronti di una piena adesione della Turchia all’UE, preferendo sempre parlare di «privileged partnership». Un altro strenuo oppositore è sempre stato Nicolas Sarkozy che, all’indomani della sua elezione nel 2007, ha dichiarato che l’ingresso di Ankara rappresenterebbe «la fine dell’Europa politica» e ha unilateralmente deciso di congelare i negoziati su cinque capitoli dell’acquis communautaire, tra i quali il capitolo 11 (agricoltura e sviluppo rurale). La posizione di Sarkozy in realtà non rappresenta una novità nel panorama politico francese: già nel 2002, Valérie Giscard D’Estaing aveva dichiarato in un’intervista a Le Monde che «la Turchia non è un Paese europeo», scatenando una forte reazione mediatica e trasformando la questione di un’eventuale adesione di Ankara all’UE in motivo di mobilitazione elettorale non solo in Francia ma anche – sebbene in misura minore – in Austria, Olanda e Germania.

Per 50 anni Bruxelles ha fatto intendere alla Turchia che un giorno sarebbe stata accolta a pieno titolo nel club europeo: risale infatti al 1963 l’Accordo di Associazione di Ankara, stipulato con l’obiettivo della progressiva creazione di un’unione doganale (entrata in vigore nel 1995). La candidatura della Turchia a diventare membro a tutti gli effetti dell’UE è stata confermata al summit di Helsinki del 1999 e i negoziati di adesione veri e propri sono stati inaugurati nel 2005, contemporaneamente a quelli con la Croazia. Se però Zagabria è diventata il ventottesimo membro dell’UE il 1 luglio 2013, ad oggi il quadro d’insieme dei negoziati UE-Turchia appare tutt’altro che roseo.

Dal 2005, soltanto 13 capitoli dell’acquis communautaire su un totale di 35 sono stati aperti, e di questi solo il capitolo 25 (scienza e ricerca) è stato provvisoriamente chiuso. E’ dal 2010 che non vengono aperti nuovi capitoli e i negoziati fra UE e Turchia sono precipitati in un’impasse politico-diplomatica che nessuno degli attori in gioco aveva interesse a sbloccare, almeno fino a quando i fatti di Gezi Park non hanno provocato un sussulto nei governi e nelle opinioni pubbliche europee e non.

Diversi fattori hanno contribuito a congelare i negoziati fino ad oggi. In primo luogo, la questione della «absorption capacity» dell’Unione ha sempre caratterizzato il dibattito sull’opportunità o meno di approfondire i rapporti con Ankara. Non che il concetto rappresenti una novità di per sé: già nel 1993, nelle conclusioni del Summit di Copenaghen, si trova scritto che «la capacità dell’Unione di assorbire nuovi membri» rappresenta «un’importante considerazione nell’interesse generale dell’Unione». Questa considerazione non ha tuttavia impedito l’adesione né di dieci nuovi membri nel 2004, né tantomeno di Bulgaria e Romania nel 2007. Applicato alla Turchia, il dibattito sulla capacità di assorbimento dell’Unione si è trasformato in un giudizio di valore sulla Turchia in quanto tale, facendo passare il messaggio che il vero problema non sia tanto il rispetto di criteri formali, bensì le dimensioni, la popolazione, la cultura e la religione dello Stato turco.

Da un punto di vista procedurale, il fattore che maggiormente incide sull’attuale stallo dei negoziati è senza dubbio il conflitto irrisolto con Cipro. Nel 2005, al momento di apporre la firma al Protocollo Aggiuntivo all’Accordo di Associazione di Ankara del 1963, la Turchia ha presentato una dichiarazione unilaterale di non riconoscimento nei confronti della Repubblica di Cipro. Nel 2006, Ankara si è rifiutata nuovamente di accogliere sul suo territorio navi o aerei battenti bandiera cipriota. Per tutta risposta, il Consiglio Europeo ha deciso di congelare i negoziati su 8 capitoli dell’acquis e di non chiudere nessuno dei capitoli aperti finché Ankara non avrà rispettato i suoi obblighi nei confronti di Nicosia. Da parte turca, l’inflessibilità del Consiglio è stata vista come un’ennesima conferma del fatto che Ankara non sia vista dai partner europei come un potenziale membro dell’Unione, bensì come una potenziale minaccia da “addomesticare”. E’ chiaro che, in un tale contesto, le proteste di Gezi Park – e in particolare la violenta reazione delle forze di polizia governative – rischiano di mettere un brusco freno all’erratico processo di avvicinamento fra UE e Turchia.

In foto: la bandiera turca sventola sul Bosforo (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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