giovedì , 16 agosto 2018
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La Turchia a due mesi da Gezi Park: niente di nuovo sul fronte orientale?

A meno di due mesi dallo scoppio delle proteste contro il piano di riorganizzazione urbanistica – fortemente voluto dal premier Erdogan – di Gezi Park a Istanbul, nei maggiori quotidiani internazionali sembra scomparsa ogni traccia dell’ondata di manifestazioni che ha scosso l’intera Turchia per tre settimane. Offuscata dalla più “succulenta” notizia del colpo di stato che ha portato alla deposizione (e all’arresto) del Presidente egiziano Morsi, l’evoluzione della situazione in Turchia è passata ben presto in secondo piano. La perdita di visibilità non equivale però ad una perdita di rilevanza: i fatti di piazza Taksim passeranno infatti alla storia come un momento cruciale per il modello democratico turco, con le sue luci e le sue ombre.

Da un lato, il sistema politico turco centrato sul Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) del premier Erdogan è stato additato per anni dalle democrazie occidentali come modello da imitare per i paesi della regione, per la sua capacità di coniugare Islam moderato, democrazia e crescita economica. Dall’altro, è altresì evidente come questo equilibrio dinamico abbia cominciato ad incrinarsi dopo le elezioni del 2011, che hanno riconfermato Erdogan per un terzo mandato con circa il 50% dei voti. Da allora, il premier ha iniziato ad adottare uno stile più autoritario, che si è concretizzato – tra le altre cose – nell’approvazione di una nuova normativa più restrittiva sulla vendita e la pubblicità di bevande alcoliche e in un controllo più serrato sui media. Non a caso Reporters without borders definisce la Turchia «la più grande prigione per giornalisti» e la colloca al 154° posto (in una scala da 1 a 179) nel suo Press Freedom Index 2013.

E’ proprio tenendo a mente questo quadro d’insieme che va letto il moto di insoddisfazione nei confronti del piano di riorganizzazione urbanistica del parco Gezi, espresso dai cittadini di Istanbul attraverso una protesta che si è poi estesa a macchia d’olio in tutto il paese. E’ pacifico che la causa ambientalista non fosse altro che un pretesto, utilizzato dall’anima laica della società turca per esprimere il proprio disappunto nei confronti della svolta religioso-conservatrice intrapresa dal governo Erdogan. Tuttavia, come osserva Cristaldi su Limes, il fatto che le fila dei manifestanti fossero composte perlopiù dai cosiddetti “laici” non giustifica l’uso (o l’abuso) di categorie dicotomiche che pretendono di ingabbiare la complessità della realtà turca in una serie di etichette precostituite, come ad esempio islamista vs laico, autoritario vs democratico, moderno vs non europeo.

In realtà, le proteste che hanno scosso la Turchia in giugno hanno coinvolto segmenti trasversali della società: proprio per la loro eterogeneità, queste manifestazioni presentano molti più tratti in comune con la galassia del movimento Occupy che con le varie primavere arabe. Le proteste che hanno scosso il paese in giugno rappresenterebbero dunque una tappa nel consolidamento della democrazia turca, piuttosto che una battuta d’arresto. Anzi, Gezi Park potrebbe idealmente costituire l’inizio un processo di autocritica dell’establishment politico turco, messo alle strette dalle manifestazioni provenienti da una società civile quanto mai vivace e desiderosa di fare sentire la propria voce.

Detto ciò, rimane da vedere come i fatti di piazza Taksim influiranno sull’evoluzione delle relazioni UE-Turchia. Un primo segnale chiaro da parte europea c’è già stato: lo scorso 25 giugno, i Ministri degli Esteri dell’UE hanno dato il via libera alla ripresa dei negoziati di adesione con la Turchia, bloccati ormai da tre anni. In particolare, è stata concordata l’apertura delle trattative sul Capitolo 22 dell’acquis communautaire, che comprende tutta la normativa relativa alle politiche regionali e al coordinamento degli strumenti strutturali. Ad oggi, solo 13 capitoli su 35 sono stati aperti da quando sono iniziati i negoziati e 8 sono stati congelati a causa della disputa ancora aperta tra Ankara e Nicosia. Nonostante la data di ripresa delle trattative fosse stata fissata in precedenza al 26 giugno, sembra che i negoziati non riprenderanno prima di ottobre, ovvero dopo le elezioni tedesche che si terranno in autunno. Germania, Austria e Olanda hanno infatti chiesto – e ottenuto – un rinvio di 4 mesi dei negoziati per dare un segnale dopo la violenta repressione delle proteste di Gezi Park da parte delle forze dell’ordine turche. Tuttavia, Angela Merkel non prova nemmeno a dissimulare il suo scetticismo nei confronti di un’adesione piena della Turchia all’UE. Nel caso che la Cancelliera venga rieletta, è facile che il rinvio di 4 mesi si tramuti nei fatti in un rinvio a data da destinarsi.

In foto,  proteste a Gezi Park in Piazza Taksim. (© Alan Hilditch)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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