giovedì , 16 agosto 2018
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L’altra sponda del Mar Nero: Turchia, Crimea e implicazioni per l’Europa

Il 25 febbraio 1856, all’apertura del congresso di Parigi, l’Impero Ottomano sedeva a fianco di Francia, Gran Bretagna, Austria, Prussia, regno di Sardegna e Russia: era la fine della guerra di Crimea, che il sultano aveva combattuto contro la Russia e a fianco delle potenze occidentali, ed era l’ingresso ufficiale della “Sublime Porta” nel concerto europeo delle nazioni. Mutatis mutandis, quali potenziali implicazioni ha una nuova crisi in Crimea sulla Turchia e sui suoi rapporti con l’Europa? Per quanto assorbita da quella che è probabilmente la crisi politica interna più grave dal primo governo AKP nel 2002, la Turchia non può permettersi di ignorare ciò che sta succedendo sull’altra sponda del Mar Nero, per una serie di ragioni.

La prima è naturalmente la questione strettamente geografica e, in senso più ampio, geopolitica: non solo perché la Turchia occupa tutta la sponda sud del Mar Nero, e quindi fronteggia la Crimea, ma soprattutto perché il governo turco ha il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli (unica via di accesso alla Crimea via mare), sulla base di quanto stabilito dalla convenzione di Montreux del 1936. Ciò significa che, nel caso di un vero e proprio conflitto armato che coinvolga, ad esempio, la NATO, da una parte, e la Russia, dall’altra, la Turchia avrebbe la facoltà di chiudere il passaggio alle navi di entrambe. È sicuramente da ricordare che l’ultima volta che la Turchia ha chiuso gli stretti è stato nel 2008 in occasione della guerra tra Russia e Georgia. Le potenziali conseguenze negative più gravi sarebbero di certo per la Russia, che vedrebbe infatti chiudersi l’accesso al Mediterraneo anche per le sue navi commerciali (non a caso, da Montreux in avanti la Russia ha sempre cercato una rinegoziazione dei termini della convenzione che regola il passaggio nei due stretti).

La seconda è la questione storico-culturale. La Crimea è appartenuta all’Impero Ottomano fino al 1774, quando è stata ceduta alla Russia con il trattato di Kucuk Kaynarcam. Più importante, in Crimea vive ancora una minoranza musulmana e turcofona, i Tatari: seppur definiti gli “abitanti originari” della Crimea, costituiscono oggi solo circa il 15% della popolazione, essenzialmente perché in epoca staliniana sono stati per lo più deportati in Asia Centrale. Negli ultimi anni, il governo turco ha cercato di rinsaldare i legami con la comunità tatara della Crimea attraverso l’agenzia nazionale per la cooperazione (TIKA), che ha ad esempio finanziato il restauro di monumenti storici ed il rinnovo di scuole religiose. Fin dall’inizio della crisi in Crimea, Davutoglu ha mantenuto stretti contatti con Mustafa Abduljamil, leader del movimento nazionale dei Tatari della Crimea. Questo ha inoltre incontrato Erdogan a Izmir il 16 marzo. La Turchia ha dichiarato espressamente la sua intenzione di garantire i diritti dei Tatari: ancora una volta, dunque, sia la Russia sia la Turchia si confermano ironicamente Paesi che si ergono a paladini delle proprie minoranze all’estero, mentre non sono disposte ad affrontare la questione di quelle che vivono all’interno dei loro confini nazionali (in particolare, rispettivamente i ceceni e i curdi).

Per quanto riguarda le relazioni Turchia-UE, due sono i fattori da tenere in considerazione. In primo luogo, potrà essere un banco di prova del coordinamento della politica estera tra Turchia e UE. Per ora, Davutoglu ha espresso la stessa posizione dei governi occidentali in merito al riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte della Russia, ossia ha negato la legittimità del referendum e ha sostenuto l’importanza di garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina. Però, a differenza di UE e Stati Uniti, la Turchia non ha imposto sanzioni a Mosca. Davutoglu ha comunque enfatizzato anche il fatto che la Turchia non ha intenzione di agire unilateralmente, ma si coordinerà con UE e NATO.

In secondo luogo, una nuova “guerra fredda” potrebbe in ogni caso rinsaldare i legami della Turchia con l’Occidente. Infatti, l’importanza della Turchia da un punto di vista geostrategico potrebbe essere rivalutata dai partner europei, che in questo senso potrebbero essere disposti a maggiori concessioni nei confronti del governo turco, fino a portare ad una rivitalizzazione dei negoziati di adesione all’UE, chiudendo un occhio sugli scarsi progressi (se non un vero e proprio regresso) del Paese in materia di democratizzazione.

In foto, un’antica torre ottomana sembra vegliare sulle navi in attesa di varcare lo stretto del Bosforo per entrare nel Mar Nero (© rogito – Flickr 2005)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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