mercoledì , 21 febbraio 2018
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Le elezioni presidenziali in Georgia e l’avvicinamento all’UE

Comunque vada, qualcosa cambierà. È questa la certezza, o speranza, dei circa 3 milioni di georgiani che il 27 ottobre voteranno per eleggere il nuovo Presidente. Se non altro perché su quella poltrona non sederà più Mikheil Saakašvili che, con brevi interruzioni, la occupa dal 2004 e non è più rieleggibile per limiti costituzionali (massimo 2 mandati).

Ma anche perché, chiunque sia il prescelto dai votanti, questa elezione segna la fine del ruolo da padre-padrone del Presidente sulla politica georgiana: come stabilito nei 15 emendamenti alla Costituzione approvati nel 2010, si passa a una Repubblica parlamentare, con riduzione di poteri e competenze del Presidente e potenziamento, invece, della figura del premier e del governo che diventeranno i veri detentori del potere esecutivo.

In sintesi, il nuovo Presidente georgiano non potrà più destituire i Ministri della Difesa e dell’Interno, non avrà più un ruolo nella presentazione ed approvazione del bilancio, non nominerà più i governatori provinciali e se porrà il suo veto su un provvedimento, il Parlamento potrà aggirarlo (tranne in alcune, ristrette, circostanze) con un nuovo voto a maggioranza. Non sarà poi più in grado di convocare un referendum e in tema di politica estera avrà funzioni poco più che simboliche.

Una serie di riforme scaturite dall’ondata di proteste del 2009, e da molti ritenute l’ultimo colpo di coda di Saakašvili: sapendo che non sarebbe riuscito a rimuovere dalla Costituzione il limite di due mandati, avrebbe optato per potenziare la figura del premier, l’unica che, giuridicamente, può ancora ricoprire. Se anche erano queste le intenzioni, Saakašvili ha fatto male i suoi calcoli, vista la attuale composizione del Parlamento, dove il suo partito (UNM), dopo il trionfo del suo avversario Ivanishvili (leader di Sogno Georgiano, movimento fondato nel 2011) nelle parlamentari del 2012, occupa soltanto 65 seggi su 150. Una situazione che lo vede ben lontano dal poter diventare premier ma che il Presidente, nel 2010 (nei sondaggi era al 67%), non poteva di certo prevedere.

Meno poteri, tanti candidati, comunque: Giorgi Margvelashvili (Sogno Georgiano, attualmente al 39% nei sondaggi), Davit Bakradze (UNM, 18%), Nino Burjanadze (Movimento Democratico, 7%), Shalva Natelashvili (Laburisti, 3%) e Giorgi Targamadze (Cristiano-democratici, 3%), più un nugolo di altri candidati, 75, molti dei quali non in grado di raccogliere neanche le 26.500 firme necessarie alla registrazione.

Il favorito ad oggi appare Margvelashvili. Difficile, però, che raggiunga il 50% dei voti, quindi si dovrà ricorrere al ballottaggio, dove le sorprese non sono da escludere, soprattutto se dovrà affrontare non il candidato dell’UNM, ma la Burjanadze. Compito di Margvelashvili sarà quello di non dilapidare il vantaggio datogli dall’appartenenza a Sogno Georgiano, che da un sondaggio di luglio è ancora ritenuto “il partito politico di riferimento” dal 52% dei georgiani. Consensi in calo rispetto alle parlamentari del 2012 (a Sogno Georgiano viene rimproverata la lentezza nelle riforme economiche e sociali), ma che ad oggi appare sufficiente a garantirgli la vittoria.

C’è poi la “questione Ivanishvili”. In una recente intervista, il premier ha annunciato di voler rimettere il proprio mandato subito dopo l’elezione del Presidente, motivando la sua decisione con il fatto che l’obiettivo della sua discesa in campo non era la creazione di “un super-partito che controllasse tutte le istituzioni, ma di un sistema multi-partitico”. Ivanishvili non vorrebbe insomma sostituire la figura forte a cui si è opposto, Saakašvili, con un’altra figura forte, la sua (o quella del partito, che accentrerebbe la figura di premier e quella di Presidente).

Stando alle dichiarazioni dei principali candidati alla Presidenza, a prescindere dal vincitore poco dovrebbe cambiare nell’orientamento politico della Georgia: riforme democratiche e ulteriore avvicinamento alla NATO ed all’UE sembrano tappe di un percorso ormai irreversibile. La vera scommessa sarebbe riuscire a conciliare questi passi con altri due traguardi: integrità territoriale, quindi la normalizzazione dei rapporti con Abkhazia e Ossezia, territori formalmente georgiani autoproclamatisi indipendenti con il sostegno della Russia, e il miglioramento dei rapporti con la stessa Mosca. Certo, trovare un compromesso con la Russia non sarà per nulla facile, ma l’uscita di scena di Saakašvili, l’uomo della guerra del 2008, può essere sicuramente un buon punto di partenza.

In foto il Presidente georgiano uscente Mikheil Saakašvili durante il suo incontro con Herman Van Rompuy nel novembre 20o12 (Foto: Council of the European Union)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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