martedì , 20 febbraio 2018
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Le politiche migratorie nazionali e il caso Italia-Libia

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Articolo tratto numero mensile di Europae: “Alle porte dell’UE. L’immigrazione e la frontiera meridionale”, n. 6 Ottobre 2013 (pp. 13-15). 

Una calamita per l’immigrazione. Così viene definita l’Italia in un rapporto della commissione migrazioni dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, approvato all’unanimità lo scorso 2 ottobre. Non è però necessario leggere il dettagliato rapporto per comprendere la portata del fallimento della politica migratoria italiana. Per capire la difficile situazione attuale, è necessario comprendere la posizione dell’Italia nel più ampio scenario mediterraneo ed europeo.

Il contrasto all’immigrazione irregolare nel Mar Mediterraneo rappresenta da tempo una spina nel fianco non solo per l’Italia, ma anche per gli altri Stati membri mediterranei, come Spagna, Cipro e Malta. Per quanto riguarda la Grecia, invece, il problema dell’immigrazione irregolare riguarda per lo più la frontiera terrestre con la Turchia. A partire dagli eventi rivoluzionari del 2011, che hanno portato enormi sconvolgimenti nei principali Paesi di partenza degli immigrati, la pressione migratoria sulle frontiere meridionali dell’Unione Europea è andata crescendo vertiginosamente, seppur con andamenti altalenanti. Alla notevole diminuzione del fenomeno nel 2012, ha infatti corrisposto un picco record nel 2013, con le tragiche conseguenze a tutti noi note.

Negli anni scorsi le politiche migratorie esterne degli Stati membri maggiormente interessati al fenomeno si sono concentrate soprattutto verso la Libia e la Tunisia, dalle cui coste salpano la quasi totalità degli immigrati clandestini, e verso il Marocco. A questi strumenti di cooperazione bilaterale si sono necessariamente affiancate iniziative a livello europeo e strumenti di cooperazione tra l’UE e i Paesi terzi.

Nel caso specifico dell’Italia, nel corso dell’ultimo decennio sono stati conclusi una serie di accordi bilaterali con i Paesi di partenza, in particolare con la Libia, accanto ad iniziative di pressione verso Bruxelles per arrivare alla realizzazione di una politica migratoria europea più efficace e concreta. Nel dicembre 2000, ad esempio, veniva siglato tra i due Paesi un primo Accordo per introdurre una forma di cooperazione nel contrasto dell’immigrazione via mare. Entrato in vigore nel 2002, l’accordo non  produsse gli effetti sperati a causa delle inadempienze libiche e della scarsa collaborazione delle autorità del Paese.

Oltre alla cooperazione bilaterale, l’accordo impegnava l’Italia a promuovere nei fora europei la necessità di fornire alla Libia i finanziamenti necessari alla sua attuazione. Questi finanziamenti, in particolare, avrebbero dovuto rendere possibile la fornitura alla Libia di sei unità marittime, di cui tre in via definitiva, con equipaggi misti italo-libici. Il loro obiettivo era di effettuare operazioni di controllo, ricerca e salvataggio in acque libiche e internazionali, nel rispetto degli standard internazionali. Inoltre, Roma prometteva di promuovere a Bruxelles la conclusione di un Accordo quadro con la “Grande Giamahiria” e la messa a punto di progetti di sviluppo in Libia e nei Paesi di origine degli immigrati. Anche queste promesse rimasero prive di conseguenze.

I primi risultati reali della cooperazione si registrarono solo a partire dal 2008. Fu nell’agosto di quell’anno che l’allora Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, concluse il cosiddetto Trattato di Bengasi con il leader libico Muammar Gheddafi. Il Trattato affidava a società italiane l’obiettivo di realizzare un sistema di controllo delle frontiere libiche per prevenire i flussi di migranti provenienti dai Paesi vicini ed impegnava Roma e Tripoli in una campagna a livello regionale per prevenire le cause prime di questi flussi.

L’immediato risultato, a livello europeo, fu la definizione di un fronte comune a Bruxelles, anche noto come “Gruppo dei Quattro”, composto da Italia, Malta, Cipro e Grecia. Come sappiamo, sono questi Stati membri, assieme alla Spagna, a vivere più direttamente le conseguenze dell’arrivo degli immigrati irregolari: operazioni di salvataggio in mare, accoglienza, esame delle domande di asilo, eventuale rimpatrio. Lo scopo dei Quattro consisteva nella promozione di azioni concrete e più incisive, ma soprattutto con maggiore dotazione finanziaria, nella lotta all’immigrazione clandestina nel Mediterraneo. L’Italia, con le parole dell’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni, si proponeva come guida del Gruppo. Tuttavia l’unica conseguenza concreta del Trattato di Bengasi in Europa fu una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani che, nel  2012, condannò Roma per violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani. L’oggetto della contesa erano le note pratiche di respingimento degli immigrati clandestini intercettati in mare e basatesi proprio sulle previsioni del Trattato.

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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