martedì , 14 agosto 2018
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Le priorità della Libia restano la sicurezza e il controllo dei confini, con l’aiuto di UE e NATO

A quasi due anni dalla fine della dittatura del colonnello Muammar Gheddafi, la Libia rimane uno Stato politicamente e socialmente instabile. Repubblica parlamentare sotto la guida del General National Congress, eletto democraticamente nel luglio 2012, il Paese porta ancora tracce visibili dei 42 anni di dittatura. Quarto stato del continente africano per superficie, la Libia è per lo più caratterizzata da paesaggi desertici. Sono proprio queste sabbie a custodire ingenti giacimenti di petrolio scoperti a partire dagli anni ’50  che fanno del Paese il quarto produttore d’oro nero in Africa e il decimo al mondo per riserve. È lo stesso deserto a fornire oggi un rifugio sicuro a gruppi estremisti provenienti dal vicino Mali e a milizie armate formate da ex-ribelli che detengono il controllo de-facto di questi territori.

La riforma del settore della sicurezza e il controllo dei confini costituiscono infatti le priorità interne per il nuovo governo e una grandissima sfida per la Libia di oggi. Lo dimostra la difficile vicissitudine del Ministero degli Interni, assegnato lo scorso 26 maggio alla guida del colonnello di Tripoli Mohammed Khalifa al-Sheikh dopo le dimissioni dell’ex-capo della polizia Bengazi Ashour Shuail a fronte delle continue violenze interne.

Non diverse sono le priorità alla base delle relazioni con l’Unione Europea, discusse il 27 maggio dal Primo Ministro libico Ali Zeidan in una serie di incontri a Bruxelles. Per la prima volta di fronte al Parlamento Europeo (PE) in qualità di Primo Ministro, Zeidan è stato accolto dalla Commissione affari esteri del PE per uno scambio di vedute sulla situazione nel Paese e sulle sue relazioni con l’Europa. Ad oggi, la Libia rimane l’unico Paese del vicinato, eccezion fatta per la Siria, a non avere concluso un Piano d’Azione con l’UE nel quadro della Politica Europea di Vicinato e a non aver stipulato un Trattato di Libero Scambio con Bruxelles, limitando fortemente il più ampio obiettivo di creazione di una zona di libero scambio nel Mediterraneo.

L’attenzione dei libici e dell’UE è oggi rivolta al lancio della missione EU Border Assistance Mission (EUBAM) Libya dopo il semaforo verde assicurato dal Consiglio dell’UE lo scorso 22 maggio. Si tratterà di una missione civile nel quadro della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) (di cui Rivista Europae ha parlato nell’articolo “Sicurezza e difesa: la determinazione dell’inconcludenza) che risponde ad un invito arrivato dalla Libia stessa. EUBAM non svolgerà alcuna funzione esecutiva e non prevede un trasferimento di fondi bensì di know-how nella gestione sicura dei confini. A tal fine prevede delle azioni di training e mentoring delle autorità libiche responsabili in materia.

La mancanza di un effettivo controllo del territorio da parte delle autorità governative ha fatto dei porosi confini libici un perfetto alleato delle organizzazioni estremiste, terroristiche e di narcotrafficanti, attive soprattutto nel Sud del paese. Le ripercussioni si avvertono nell’intera area del Maghreb e nel Sahel, già di per sé teatro di violenze ed instabilità. Un recente rapporto delle Nazioni Unite, ad esempio, ha tracciato le vie percorse dalle armi che, partendo dalla Libia, raggiungono più di dodici Paesi tra cui Mali, Egitto e Siria, finendo spesso nelle mani di gruppi estremisti e organizzazioni terroristiche. Un fenomeno preoccupante che dev’essere affrontato con rapidità. EUBAM Libya sarà complementare con le altre missioni dispiegate dalla comunità internazionale per assistere il Paese nella riforma del settore sicurezza ed allontanare il rischio che la Libia torni ad essere quello che Ronald Reagan definì nel 1980 come “Stato canaglia”, al servizio del terrorismo internazionale.

Non a caso la fitta agenda di Zeidan a Bruxelles ha previsto un ampio spazio  per l’incontro con Anders Fogh Rasmussen, Segretario Generale della NATO. Come dichiarato da quest’ultimo, l’organizzazione dell’alleanza atlantica fornirà un supporto tecnico alla Libia in termini di training per arrivare a creare istituzioni capaci di garantire la sicurezza del Paese, quali un nuovo Ministero per la Difesa e un’Agenzia di Sicurezza Nazionale. Rasmussen ha poi precisato che non si tratta di un dispiegamento di forze NATO in territorio libico, ma di una risposta ad una richiesta proveniente dalle autorità del Paese. Excusatio non petita che ha da subito generato acute critiche sul mandato di tale “supporto”.

Il PM Zeidan con il Segretario Generale della NATO Rasmussen. (Foto: NATO)

Certo è che la mancanza di istituzioni per la sicurezza, la persistenza di potenti milizie armate locali e la proliferazione di armi hanno fino ad oggi bloccato ogni possibile progresso del Paese verso la sicurezza e la stabilità, con conseguenze pesantissime per la regione e l’intera comunità internazionale. Ne è un esempio la riduzione del personale dell’Ambasciata britannica a Tripoli, così come l’analoga decisione assunta nelle scorse settimane dalla compagnia petrolifera britannica Britisth Petroleum per timori legati proprio alla sicurezza.

Come dichiarato dallo stesso Zeidan, la costruzione di uno Stato basato sulle istituzioni e sulla rule of law rimane l’obiettivo delle autorità libiche e può essere certamente facilitato dalla partnership con l’UE e dal lancio delle trattative per un Accordo di Associazione UE-Libia di cui il Primo Ministro ha discusso nel suo incontro con Josè Manuel Barroso. La Libia, che per molti rimane solo un appetitoso banchetto petrolifero, sarà per l’UE un altro grande banco di prova della sua efficacia e credibilità come security provider.

In foto il Primo Ministro libico Zeidan in conferenza stampa durante la visita alla Commissione Europea (Foto: European Commission). 

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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