giovedì , 16 agosto 2018
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Arab League Meeting Room © Alyssa Bernstein / Flickr 2009

Lega Araba, verso un esercito congiunto?

Diplomazia o intervento militare? E se è migliore il secondo, chi appoggerebbe l’idea di una forza congiunta sotto l’egida della Lega Araba? Sono questi gli interrogativi cui si trovano di fronte i leader arabi, in una regione caratterizzata da un crescente bipolarismo tra forze sciite e sunnite.

Crescente bipolarismo e la minaccia iraniana

L’Iran sciita, uscito rafforzato dall’accordo sul nucleare raggiunto a Losanna, è avvertito, insieme all’Isis, come una minaccia crescente nella regione non solo da Israele, ma anche da Stati quali Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Marocco, Giordania, Pakistan, Sudan e Turchia. Questi dieci Paesi hanno costituito nelle scorse settimane una coalizione, a guida saudita, per attaccare, tramite mezzi aerei, i ribelli “Houthi” filo-iraniani nello Yemen, i quali, rimasti fedeli al deposto presidente Ali Abdullah Saleh, hanno rovesciato il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, tentando così di vanificare una delle rivolte arabe nate nel 2011.

La nuova forza militare congiunta

In un summit della Lega Araba tenutosi a Sharm el Sheikh, in Egitto, profondamente influenzato dalla situazione yemenita, il Presidente egiziano Abd al Fattah al Sisi ha annunciato un’intesa sulla costituzione di una forza militare congiunta per affrontare i disordini e le attuali minacce «senza precedenti». Il Segretario Generale della Lega Araba, Nabil el Araby, dovrà convocare entro un mese i Capi di Stato maggiore degli eserciti dei Paesi membri per definirne i dettagli, e ci saranno tre mesi di tempo per stabilirne i meccanismi di funzionamento, il budget, le dimensioni ed il quartier generale. Anche se si parla già di una forza volontaria unificata, composta da 40.000 soldati d’élite, che interverrebbe su richiesta di uno Stato membro.

Ma sarà facile trovare il consenso necessario? Al meeting di Sharm el Sheikh erano assenti il re del Marocco Muhammad VI, il Presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, il sultano dell’Oman Qaboos bin Said al Said, il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Khalifah bin Zayed Al Nahyan, mentre il regime di Assad non ha voce in capitolo dal momento che la membership siriana è sospesa dall’inizio del conflitto civile. L’Iraq ha, tuttavia, avanzato forti riserve, richiedendo tempo per discutere tale proposta e preferendo il dialogo nel caso dello Yemen, anziché opzioni militari. Anche il Libano vorrebbe privilegiare qualsiasi decisione che dia priorità al consenso arabo.

La posizione UE

L’Unione Europea, con l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, mentre stava trattando con l’Iran a Losanna, si è schierata a favore di una soluzione diplomatica a conflitti inter-arabi, riferendosi nello specifico a quello yemenita. «L’azione militare non è una soluzione – ha affermato in una nota ufficiale -. Solo un ampio consenso politico attraverso negoziati può fornire una soluzione sostenibile, ripristinare la pace e preservare l’unità ed integrità territoriale dello Yemen. Altrimenti, l’abilità dei gruppi estremisti e terroristici di avvantaggiarsi della situazione è probabile che aumenti drammaticamente. Gli attori regionali dovrebbero agire con responsabilità e costruttivamente, per creare urgentemente  le condizioni per un ritorno ai negoziati».

Ripresa l’assistenza militare USA-Egitto

Mentre nello Yemen la Casa Bianca ha deciso di dare supporto logistico e militare, senza escludere l’idea di un coordinamento con i Paesi del GCC, il Presidente statunitense Barack Obama ha telefonato ad al-Sisi, pochi giorni dopo il summit di Sharm el-Sheikh. Gli Stati Uniti riprenderanno gli aiuti sospesi a seguito della cacciata dell’ex Presidente Morsi: Washington consegnerà nuovi aerei F-16, missili Harpoon e “M1a1” tank kit. Il Cairo riceverà ogni anno 1,6 miliardi di dollari per i piani contro il terrorismo, per la sicurezza dei confini, del Sinai e marittima. Obama ha detto che serviranno ad affrontare «le sfide condivise in una regione instabile».

In presenza del sostegno americano, potrebbe essere la volta buona per una cooperazione militare inter-araba, pur permanendo le forti divisioni in seno alla regione. Da un lato, è vero che i precedenti rappresentati dal Consiglio di Difesa (1950) e dal Comando Arabo Unificato (nato, insieme all’OLP, sotto le insegne del panarabismo nasseriano nel 1964) fallirono. Dall’altro, tuttavia, a partire dalle “primavere” del 2011, la Lega Araba ha mostrato di saper prendere decisioni politiche forti come quella di schierarsi contro i regimi di Assad e Gheddafi.

L' Autore - Antonino Stramandino

Laureato, con lode, nella Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, curriculum Politica e Sicurezza Internazionale, presso il campus di Forlì dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Ho svolto uno stage MAECI-CRUI presso l'Ambasciata d'Italia a Riad, dal quale ho preso spunto per la mia tesi magistrale dal titolo "L’Arabia Saudita tra petrolio e politiche per la diversificazione economica. Un’analisi dell’evoluzione del paradigma del rentierism". Sono giornalista pubblicista dal 2012 e mi sono occupato di cronaca, politica e sport cittadini sulle colonne del quotidiano messinese “Gazzetta del Sud”. Dal 2015 faccio parte della redazione di Europae, per la quale mi occupo di Relazioni Esterne UE e Medio Oriente.

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