giovedì , 16 agosto 2018
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L’Egitto, la crisi e la rivoluzione infinita

Per chi vedeva nell’Egitto di Mohammed Morsi il frutto di una transizione politica democratica nata dagli eventi delle Primavere Arabe, le ultime settimane sono state ricche di colpi di scena. Nel giro di pochi giorni, infatti, il Paese è tornato al centro dell’attenzione mediatica internazionale come esempio del fallimento delle rivoluzioni arabe. La destituzione del Presidente Morsi per mano dell’esercito, avvenuta lo scorso 3 luglio, rappresenta per l’Egitto un enorme passo indietro nel lungo processo di democratizzazione avviato nel 2011.

Per comprendere quanto sta accadendo in queste ore nel più grande Paese del mondo arabo, è necessario ripercorrere i principali eventi delle ultime settimane. Lo scorso 30 giugno, ad un anno dall’insediamento di Morsi, primo Presidente egiziano democraticamente eletto, il movimento di protesta Tamarod ha chiamato il popolo a scendere in piazza per chiedere al presidente di dimettersi dal suo incarico. Molte le ragioni alla base di questa richiesta, tutte riassumibili nel motto “pane e libertà”, ripreso dal movimento Tamarod niente di meno che dagli slogan del febbraio 2011.

In un anno di presidenza, Morsi non ha saputo garantire agli egiziani il pane, simbolo di tutti i beni primari a cui un popolo avrebbe diritto. Il programma di sussidi sul pane, centrale nella politica economica promossa dal Presidente, ha finito per gonfiare la bolla del deficit pubblico, assieme ai sussidi per la benzina e alla politica di aumento dei salari. Per questa ragione, Morsi ha chiesto aiuti per le importazioni di grano ai due maggiori esportatori, Francia e Russia. Le importazioni di beni primari in generale hanno rappresentato il tallone d’Achille dell’Egitto. La caduta libera delle riserve di valuta estera nel corso dell’ultimo anno ha condotto alla drammatica situazione odierna, in cui il Paese non dispone delle riserve necessarie a garantire i prossimi tre mesi di importazioni di beni prioritari.

La situazione economica del Paese ricorda un vero e proprio bollettino di guerra. Basta guardare al turismo, che contribuisce al PIL egiziano per il 15,1%, caduto del 17,3% nel primo trimestre del 2013 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Oppure agli investimenti diretti esteri, scesi allo 0,7% del PIL nel corso del 2012 rispetto al 7,8% del 2007. Per ritornare poi al debito pubblico, in continuo aumento esponenziale. La presidenza Morsi, decisamente priva di lungimiranza, ha fatto larghissimo ricorso all’indebitamento a breve termine con tassi di interesse molto elevati, che pesano ora sulle casse dello Stato.

Non è andata meglio sul versante della difesa di alcune delle libertà fondamentali per un Paese democratico. Ne è un esempio il rapporto decisamente conflittuale tra Morsi e i media, spesso accusati di sabotaggio, insulto e ridicolizzazione della sua figura. Solo due settimane fa il talk show di una rete statale è stato interrotto per ordine del Ministro degli Interni nel pieno della trasmissione per i contenuti troppo critici espressi nei confronti del governo. Questa mossa ha accresciuto lo scontento della popolazione e il timore che la rivoluzione fosse stata presa in ostaggio dai Fratelli Musulmani, accusati di essere la mano invisibile dietro tutte le decisioni del Presidente Morsi.

Non sorprende quindi la massiccia protesta del 30 giugno. Così come non sorprende il rapido intervento dell’esercito, dichiaratosi sempre al servizio del volere del popolo, sia esso espresso nelle urne o meno. L’ultimatum di 48 ore dato a Morsi per condividere il proprio potere e dare risposte ai problemi del Paese, ha riportato l’esercito al centro della vita politica dell’Egitto. Dopo il rifiuto dell’ultimatum, il capo delle forze armate Abdoul Faitah al-Sisi ha proceduto all’arresto del presidente, seguito dallo scioglimento del Parlamento e dalla sospensione della Costituzione. Un vero e proprio golpe che ha incendiato le piazze egiziane con scontri tra esercito e gruppi di islamisti, così come tra protestanti pro-Morsi e i gruppi che ne hanno appoggiato la destituzione. Fino ad oggi il bilancio degli scontri è di almeno 90 morti e migliaia di feriti e arresti, soprattutto tra le fila dei Fratelli Musulmani.

L’Unione Europea, maggiore donatore verso l’Egitto nonché primo partner commerciale per il Paese, ha espresso la propria preoccupazione per le violenze degli ultimi giorni, ricordando alle autorità egiziane la necessità di un dialogo politico inclusivo per dare stabilità e democrazia all’Egitto. Questo dialogo, afferma il portavoce dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton, deve includere anche i Fratelli Musulmani e deve portare al più presto a nuove elezioni per ridare voce al volere del popolo attraverso i meccanismi propri di uno Stato in transizione democratica.

Come far uscire l’Egitto da questa impasse politica ed economica? Serve prima di tutto, come ricordato da Ashton, una road map politica che assicuri il ritorno del potere nelle mani dei civili. La nomina del Presidente ad interim Adly Mansour e del Primo Ministro ad interim Hazem el-Beblawi sono il primo passo verso la formazione di un governo tecnocratico e il ritorno alle urne.

Ma all’Egitto servono soprattutto risorse economiche. Le proteste hanno esacerbato una situazione già grave, accelerando la caduta dei proventi dal turismo e l’allontanamento degli investimenti esteri. Le agenzie di rating hanno prontamente aggiornato le loro valutazioni sul merito di credito del Paese, ormai da bollino rosso. 12 miliardi di dollari saranno presto resi disponibili dai Paesi del Golfo per concedere all’Egitto il tempo di riordinare le finanze e ridare stabilità politica al Paese. Nulla si muove invece sul fronte occidentale, con Stati Uniti e UE che rimangono attestati sugli accordi precedentemente sottoscritti.

Colpo di Stato o no, più che di una rivoluzione fallita sembra che in Egitto si possa parlare di una rivoluzione che non è mai terminata e che ha acuito ancor più le fratture interne della società egiziana. Difficile ipotizzare cosa accadrà nelle prossime settimane in un Egitto che, ormai, ci ha abituati ai colpi di scena.

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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One comment

  1. Ciao Sara, abbiamo fatto gli stessi studi – io a Gorizia, però. In seguito abbiamo preso strade diverse, ma continuando a coltivare l’interesse per i paesi esteri e il confronto spesso non semplice fra l’Europa e quel che c’è fuori. Ho da poco scritto un eBook sull’Egitto cercando di andare oltre la rivoluzione, spero possa interessare te e gli altri che leggono il tuo articolo.

    “L’Egitto attraverso il vetro” è l’espressione a quattro mani di una grande ricerca: la normalità in un paese in rivoluzione. In un intreccio di linguaggi complementari, il fotografo Vincenzo Di Giuseppe e la scrittrice Giulia Zeni raccolgono i loro appunti sull’angolo nord-orientale del continente africano nella primavera del 2013, in un intervallo fra la rivoluzione più violenta e una stabilità ancora lontana. Questo eBook tiene fra le sue pagine qualcosa di diverso dal puro accostamento di testi e fotografie: le immagini mostrano realtà che le parole non raccontano mentre testi più descrittivi si alternano a pensieri che prendono spunto dalle foto per trasformarle in suggestioni. Eppure tutto nasce dall’osservazione delle stesse strade, dall’Egitto e la sua gente. Con la loro prima pubblicazione, i due autori danno occasione di riflettere sulle infinite sfaccettature di un Paese e sul rischio di dimenticarne la quotidianità, schiacciata dall’ossessione dei media per la guerra e la violenza.

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