giovedì , 16 agosto 2018
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L'”Election-day” in Kosovo: quando la storia non insegna

Il Primo Ministro inglese Winston Churchill sosteneva che nei Balcani si produca più storia di quanta se ne possa consumare. Mentre il noto linguista americano Noam Chomsky nel suo libro “Il nuovo umanitarismo militare. Lezioni dal Kosovo” evidenzia come la guerra in questa regione  abbia “suscitato passioni ed esaltazioni visionarie quali raramente è dato da riscontrare”, tanto da definirla come “una pietra miliare nelle relazioni internazionali”.

Sta di fatto che questo territorio grande circa come l’Abruzzo e con appena 2.000.000 di abitanti non trova ancora pace nonostante una guerra (’99), più risoluzioni ONU, la presenza di forze internazionali e la volontà di tutta la diplomazia di voltare pagina e di guardare avanti. Era il 1989 quando Slobodan Milošević ridusse una parte dell’autonomia del “Kosovo i Metohija”, come veniva chiamata allora la regione, alimentando ulteriormente un odio etnico che purtroppo (con)vive ancor oggi.

A questo atto di forza politico seguirono anni caratterizzati da una situazione governativa “bicefala”, dove un auto-proclamato governo albanese operava parallelamente a quello di Belgrado. Erano gli anni in cui la figura di Ibrahim Rugova scelse e condusse una resistenza passiva, tanto da guadagnarsi addirittura l’appellativo del Gandhi del Kosovo. Rugova riuscì a replicare le strutture politiche, culturali, sociali e mediche serbe grazie ad un “governo ombra” finanziato attraverso una tassa imposta agli oltre 500.000 connazionali sparsi un po’ in tutto il mondo. Di fatto, però, questo permise a Milošević, come scrisse lo storico Jože Pirjevec, di “conservarsi al potere soprattutto grazie al massiccio astensionismo elettorale degli albanesi”.

Ed anche oggi c’è il rischio che, con le debite proporzioni, la storia si ripeta e si rinnovino gli errori del passato, anche se con parti e ruoli invertiti. Ciò a cui stiamo assistendo nelle ultime consultazioni municipali è infatti l’astensionismo della maggioranza dei cittadini kosovari serbi, che si rifiuta di esprimere il proprio voto, in quanto sostanzialmente non riconosce e non vuole legittimare il governo di Pristina, puntando il dito sempre sulla Risoluzione ONU 1244 e sui suoi ambigui contenuti.

E allora, come diceva un professore serbo intervistato da un noto quotidiano italiano nei giorni in cui venne firmato il trattato di pace di Kumanovo (giugno 1999), “è molto triste fare il professore, avere il dovere d’insegnare e sapere che la Storia non insegna niente a nessuno”. Ed infatti a tutt’oggi il Kosovo è rimasto prigioniero di se stesso.

Sempre un giornalista italiano, recentemente, ha scritto come a 5 anni dall’indipendenza ci sia ben poco da festeggiare in quanto  la miseria e le mafie la fanno da padrone, mentre i giovani non possono neppure andarsene, bloccati da un passaporto che li obbliga ad un visto per poter girare anche in Europa. L’articolo evidenzia inoltre come oramai quasi nessuno parli più del Paese più povero d’Europa e come la sua economia, inconsistente, venga schiacciata da una disoccupazione che supera il 40%, con una diffusione della povertà che è direttamente proporzionale alla corruzione. In effetti a distanza di oltre 14 anni dalla guerra le premesse e promesse belliche e post-belliche erano ben altre, tutte in ogni caso miranti a rilanciare il ruolo e l’economia dell’intera regione.

La sfida più grande pertanto rimane quella di far crescere ed integrare questo “micro cosmo” prima nella sua stessa area di appartenenza, i Balcani, per poi procedere ad un costante e minuzioso processo di assorbimento anche da parte dell’Europa. Un punto fondamentale in questo processo è quello di continuare ad utilizzare lo strumento democratico per antonomasia, il voto, al fine che si arrivi al raggiungimento dei più ampi diritti civili, l’unico strumento che possa tentare di attenuare l’odio etnico, in quanto i loro corpi normativi universali non contengono distinzioni né di sesso, né di razza, né di religione. A monito le parole di Immanuel Kant che nel suo libricino “La Pace Perpetua” scrive

“l’astenersi dalle ostilità non è ancora sicurezza, e se tale sicurezza non viene garantita ad un vicino dall’altro (ciò che può accadere solo in uno stato in cui vi siano leggi), quello può trattare questo, al quale ha richiesta tale garanzia, come un nemico”.

Nell’immagine una vista panoramica di Kakanic, Kosovo (Photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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