martedì , 14 agosto 2018
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Libia: l’intervento armato è ancora possibile

3 giugno. A tale data risale l’ultimo appello per un governo di unità nazionale da parte delle due fazioni politiche libiche, lanciato al termine di una due giorni patrocinata dal capo della missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) Bernardino León. Una dichiarazione congiunta in cui si auspica il raggiungimento di un accordo bilanciato per la formazione di un nuovo governo unitario, in grado di assumersi la dovuta responsabilità di affrontare i problemi economici e politici del Paese per riportarlo a una situazione di stabilità.

L’ottimismo di Léon

Durante l’apertura del round algerino, Bernardino León ha esortato le parti a raggiungere al più presto un accordo, sottolineando che i due governi hanno il dovere di abbandonare le posizioni ostili secondo cui “Tobruk rappresenta il vecchio regime e Fajr Libya rappresenta le organizzazioni terroristiche”. Il diplomatico spagnolo è parso soddisfatto dell’esito della due giorni, sostenendo che “la pace è ancora possibile in Libia”, dal momento che attualmente è riscontrabile una maggiore convergenza di opinioni.

Nonostante l’ottimismo del Rappresentante Speciale, i passi avanti non sono stati così evidenti. Già durante gli scorsi round negoziali erano state fatte dichiarazioni di buona volontà da parte dei due governi, senza però giungere a soluzioni concrete, mentre gli scontri tra le due fazioni erano continuati pressoché ininterrottamente, parallelamente alla lotta, poco efficace, contro lo Stato Islamico, che ormai gode di una buona sfera di influenza sul territorio libico.

I problemi economici

Inoltre l’amministrazione statale è ormai sul ciglio del baratro: durante i vari round, León ha costantemente rimarcato che il nemico principale della Libia è lo scorrere del tempo: durante le diverse fasi dei negoziati, lo spagnolo ha guardato con preoccupazione alla deriva delle istituzioni pubbliche libiche verso il fallimento totale dello stato ed il 3 giugno scorso ha lanciato un monito ancora più severo. Secondo il Rappresentante Speciale, infatti, il Paese è politicamente ed economicamente sull’orlo del collasso.

La Banca Centrale e le amministrazioni pubbliche rischiano ben presto di non poter più pagare i salari e “forse entro un mese e mezzo da quel momento la situazione finanziaria non permetterà di mantenere un’amministrazione statale funzionante”, ha affermato León. Nel frattempo la produzione di petrolio è crollata ulteriormente, così come il valore del dinaro, che solo nel 2015 ha perso circa il 35% del proprio valore nei confronti del dollaro.

L’avanzata dell’ISIS

Il deterioramento dell’economia si accompagna poi ad un altrettanto cupa situazione politica e di sicurezza. L’ISIS può contare ormai su un numero crescente di militanti e sostenitori e ha ormai saldamente consolidato il proprio potere attorno a Sirte, conquistando diverse strutture strategiche della città, la più recente l’aeroporto di al-Qardabiya. Lo Stato Islamico ha inoltre avviato un nuova offensiva in Tripolitania, mirata a destabilizzare le aree controllate da Alba Libica e in particolare la città di Misurata, una delle roccaforti di Fajr Libya.

La drammaticità della situazione sta inoltre spingendo i Paesi vicini e contromisure sempre più dure. L’Algeria ha elevato il livello di allerta delle forze armate dislocate lungo il confine con la Libia, dove nei mesi scorsi sono state ammassate truppe per creare un cordone difensivo ed evitare infiltrazioni. A est, l’Egitto ha già in passato condotto alcune operazioni militari contro lo Stato Islamico e nelle ultime settimane, insieme a Giordania e Arabia Saudita, ha inviato diversi mezzi e velivoli a sostegno delle forze armate del governo di Tobruk.

Nel frattempo, l’opzione dell’intervento armato sostenuta dall’Egitto, ma inizialmente scartata, è tornata in auge: a metà maggio i leader di Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi, Giordania, Kuwait e Sudan si sono riuniti per discutere di un potenziale intervento armato in Libia, col supporto logistico e navale di Francia e Italia.

Un intervento che nasconde però diverse insidie: una soluzione simile a quella yemenita peggiorerebbe ulteriormente la già precaria situazione della popolazione civile, finirebbe col favorire il governo al-Thani a scapito di Tripoli. Interferirebbe quindi con l’andamento dei negoziati tra le due parti, e non estirperebbe, ma anzi esaspererebbe, le cause sociali ed economiche che hanno permesso l’attecchimento di Daesh nel Paese.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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One comment

  1. Vede caro Sg. Enrico io vivo Nella realta’ libica a tripoli e il fatto Che possa essere aiutato il governo di Tobruk e’ un fatto sacrosanto dato Che a Tripoli nelle ultime elezioni a avuto la stragrande maggioranza . Vivendo in questa realta’ e’ chiaro come il sole che nessuno vuole le milizie di Misurata a tripoli appoggiate da America Inghilterra turchia e purtroppo da Italia. Alla fine dei giochi sono certo Che vincera la parte Che I libici anno fortemente voluto nelle elezioni e gli italiani sicuramente perderanno molto in libia dato Che anno appoggiato in modo chiaro Misurata nel momento piu’ importante cioe’ l inizio dell oppressione a tripoli e la cacciata Della cabila weciuffena Che dire la politica internazionale Italiana si dimostra ancora una Volta fallimentare , se decidi di stare con gli oppressori non basta pensare che stare con la le volanta’ americane si possa fare la scielto giusta vedi l Egitto .
    Cari saluti Nadir

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