venerdì , 17 agosto 2018
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Photo © thierry ehrmann, 2009, www.flickr.com

Libia, nel caos: tra ISIS, instabilità e immigrazione

Libia, 12 febbraio: l’ISIS annuncia di aver preso il controllo di Sirte. Solo il giorno precedente, l’11 febbraio, nella città oasi di Ghedames, situata all’incrocio dei confini di Libia, Tunisia e Algeria, si era tenuto il primo round di negoziati per il raggiungimento di un accordo politico tra i diversi combattenti sul territorio libico. Dopo numerosi tentativi Bernardino Leon, Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU e capo della missione civile UNSMIL, aveva convinto le principali parti in conflitto a partecipare al dialogo, compresi i leader militari e i capi di alcune municipalità e tribù locali. Obiettivo primario, la creazione di un governo unitario e la stabilizzazione del Paese, e quindi un cessate il fuoco, il ritiro delle milizie dalle città e dalle infrastrutture strategiche e il controllo delle armi. Propositi essenziali, la cui realizzazione in tempi rapidi è lontana.

Le coalizioni principali in lotta sono ad oggi due, ma al loro interno non mancano le spinte centrifughe. Anche i governi sono attualmente due, come i parlamenti e le “armate”. Il governo che risiede a Tripoli, con l’Assemblea Generale Nazionale, è formato da membri delle truppe di Misurata e da alcuni rappresentati del primo parlamento, eletto nel 2012, ed è guidato dal primo ministro Omar al-Hassi. Tale governo è sostenuto da un insieme di milizie, denominatosi “Alba Libica”. Include numerosi gruppi islamisti, che esercitano una forte influenza nell’ovest e nelle città di Bengasi e di Derna, dove alla fine del 2014 si erano auto proclamati due califfati, affiliati all’ISIS.

Dall’altro lato del Paese, il governo di Tobruk, con la rispettiva Assemblea dei Rappresentati, guidato dal premier al-Thanni. L’“Operazione Dignità”, corpo militare che li sostiene, è guidata dal generale Haftar, figura di spicco dell’esercito di Gheddafi sino al suo rinnegamento negli anni ’80 durante la guerra tra Libia e Ciad. All’operazione si aggiungono le truppe della città di Zintan e i Federalisti.

Le forze in campo sono molteplici, così come le dinamiche del conflitto. Sarebbe erroneo identificare la crisi libica come una contrapposizione fra forze secolari ed islamiche, in quanto il blocco di Tripoli basa la propria coesione solo su una convinta opposizione alla partecipazione politica dei funzionari dell’ex-governo Gheddafi. I tratti ideologici o settari di questo conflitto restano sullo sfondo: l’obiettivo principale delle fazioni è quello di conquistarsi un ruolo nella gestione del potere e del benessere nel post-Gheddafi.

Ogni gruppo reclama la propria legittimità facendo riferimento a diversi criteri, dalla partecipazione alla rivoluzione, all’affiliazione religiosa o tribale. Il governo di Tobruk è stato riconosciuto dalla comunità internazionale come legittimo, in quanto formatosi in seguito ai risultati delle elezioni del giugno 2014, nonostante la partecipazione alle urne fosse stata solo del 20%. Tale riconoscimento, dettato dalla necessità urgente di trovare un punto di riferimento alleato, si è rivelato però prematuro e ha contribuito all’approfondimento e alla polarizzazione del conflitto. Se nel novembre 2014 la Corte Suprema libica ha dichiarato l’incostituzionalità del governo di Tobruk, i Paesi OPEC l’hanno, invece, invitato a presentarsi alla riunione tenutasi a Vienna nello stesso mese, chiarendo così agli acquirenti del greggio quale fosse l’attore di riferimento.

“La Libia è troppo importante per permettere che si trasformi in uno Stato fallito al centro del Mediterraneo”, ha affermato un rapporto di Chatam House. La crisi libica attira l’attenzione dell’Italia e dell’UE in quanto minaccia gli interessi economici e la sicurezza del continente. I maggiori porti nell’est del Paese sono stati chiusi e le infrastrutture petrolifere sono sotto attacco. Come reagire? Nella riunione del Consiglio Affari Esteri del 9 febbraio l’UE ha escluso la soluzione militare, ribadendo che solo un accordo politico può garantire una pace duratura, tanto più che il governo libico ha più volte dichiarato di non voler alcun intervento straniero sul proprio territorio.

L’UE, infine, deve urgentemente occuparsi della questione dei profughi, affrontata ad oggi solo come fattore di rischio di infiltrazioni terroristiche, trascurando il lato umanitario e la questione ben più macabra delle morti nel Mediterraneo che continuano a gelare le coste italiane.

L' Autore - Giulia Riedo

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (SID) a Gorizia. Profondamente affezionata al progetto dell'Unione Europea ed al continente africano, ove ha passato parte della sua infanzia. Da ottobre 2013 a marzo 2014 stagista presso il SEAE, si è occupata del progetto di accorpamento delle sedi diplomatiche e di Africa dell’Ovest. In precedenza ha svolto diversi periodi di stage: a New York presso la Missione Permanente dell’Italia all’ONU, assegnata alla sezione crisi politiche di Africa ed Europa, presso l’ambasciata di Francia a Roma e presso lo United Nations Staff College di Torino.

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