giovedì , 14 dicembre 2017
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Libia
Federica Mogherini con Fayez el-Sarraj © European External Action Service - www.flick.com, 2016

Libia, un (non) Stato che dovrebbe diventare partner dell’UE

Mentre a Parigi ci si accingeva a celebrare l’anniversario della Rivoluzione francese, il richiamo a quel trio di valori (liberté, egalité, fraternité) che ha informato le democrazie del Vecchio Continente, pareva incontrare un’Europa sorda e miope davanti alle sfide del suo tempo.

Resta inascoltata la voce dell’Italia in un Consiglio dei Ministri UE avaro di iniziative e un G20 dove il tema delle migrazioni è stato offuscato dal primo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump. Ma tra le divergenze politiche dei singoli Stati Membri e una politica di accoglienza e asilo che lapalissianamente non è all’altezza dei tempi che vive, c’è un continente intero, l’Africa, che spinge le sue popolazioni per fame, carestie e guerre ad attraversarla senza remore per approdare in Europa. E l’approdo passa da una porta: la Libia.

Libia: la porta verso l’Europa

Nei primi otto mesi del 2016 i migranti approdati in Italia e provenienti dalle coste libiche sono stati quasi 45 mila. Da gennaio 2017 ad oggi si registrano arrivi con un incremento del 26% rispetto all’anno precedente: 60.200. L’incremento degli sbarchi delle ultime settimane evidenzia come il problema non sia risolvibile con un semplice accordo tra le tribù locali. La Libia è sempre più un puzzle di gruppi etnici e governi provvisori in lotta per il controllo delle risorse energetiche.

I gruppi etnici locali si vendono a chi paga di più, rivelando la loro inaffidabilità. Il confine meridionale della Libia muta come le onde del mare. Signori della guerra e capi tribù la fanno da padroni a cavallo tra due Stati (Niger e Libia) che hanno valore sulla carta, ma non per loro, che appartengono al Sahel. Da questo confine invisibile passa la rotta di migranti più consistente, che vengono poi trasferiti in centri di detenzione nell’entroterra e sulla costa.

Una costa che si estende per 1500 km circa e alle cui estremità, Tripoli e Tobruk, hanno sede i due governi del Paese, quello di Al – Serraj, sostenuto principalmente dall’ONU, e quello del Generale Haftar, forte dell’appoggio dell’Egitto e degli Emirati (oltre che della Russia). Il conflitto per il potere nazionale assume alternativamente toni miti e accesi, ma il controllo di entrambi i governi su una porzione estesa di territorio resta un miraggio.

L’inferno al di là del mare

In questo caos di ribelli armati, governi provvisori e lotte fratricide tra tribù, i trafficanti di esseri umani prosperano e i migranti vivono in condizioni inumane nei centri di detenzione. “L’inferno al di là del mare”, questo è il titolo dell’ultimo rapporto rilasciato da Oxfam, sul tavolo dei Ministri dell’Interno europei a Tallinn, è ricco di testimonianze dei migranti transitati dalla Libia e ora nei centri di accoglienza in Sicilia.

Le violazioni contro i diritti umani perpetrate in Libia dovrebbero scuotere l’Unione Europea, che ha fatto del rispetto di questi ultimi parte integrante dei suoi valori fondanti secondo la Carta di Nizza prima e il Trattato di Lisbona poi.

Al contrario, la principale preoccupazione di una politica migratoria confinata alle prerogative degli Stati nazionali resta la sicurezza delle frontiere e nulla più. L’emergenza è delegata agli Stati costieri, si discute di hotspot, si dibatte sulle ONG, ma manca una concreta volontà di gestione di un fenomeno che appare epocale agli occhi di chiunque. L’Unione si rifugia dietro i suoi handicap intergovernativi con la convinzione di poter contare su Stati di transito, come la Libia. Ma la Libia non è uno Stato.

La crisi della Libia

Nell’antica Tripolitania vale la regola d’oro del Vicino e Medio Oriente. È il caos imperante a dare sicurezza. Finché c’è caos ci sono opportunità per tutti: per tutti i governi provvisori, per tutti i ribelli, per tutte le tribù. Questo vale nell’Iraq dilaniato dalla guerra sin dal 2003, come in Siria. E vale anche in Libia. Nel Levante, attraverso il caos si beneficia del petrolio, nel Maghreb si beneficia di petrolio e migranti.

Il traffico di esseri umani è diventato la leva politica di gruppi tribali finora relegati nel profondo sud della Libia. Il Governo di Al – Serraj chiede un costante aiuto europeo ed occidentale in termini di mezzi e formazione dei funzionari: la stabilizzazione di questo governo è fondamentale per sperare di poter governare il marasma libico.

Non viene chiesto soltanto un supporto logistico, ma una concreta presenza sul territorio, centri di accoglienza coadiuvati da forze europee di coordinamento e sorveglianza perché non si parli più di “inferno”. Infine strutture diplomatiche rafforzate, la mente e il corpo di Bruxelles ai confini del Sahel. Un investimento di lungo termine per l’UE in quello che è uno stato in emergenza politica, ma che può diventare un partner fondamentale nella gestione dei flussi.

L' Autore - Luca Orfanò

Laureato magistrale in Economics all’Università di Torino nel 2016 con una tesi sugli effetti economico-politici dei flussi migratori. Europeista convinto e appassionato di relazioni internazionali e di Medio Oriente. Ha conseguito il Master in Diplomacy in ISPI. Fondatore di un blog di economia internazionale nel 2012. Dopo un’esperienza lavorativa in ambito finanziario, torna a focalizzarsi sulla politica internazionale collaborando a Rivista Europae.

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