mercoledì , 15 agosto 2018
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L’indecisione europea su Israele e Palestina

Sono di questi giorni le allarmanti notizie relative ad una possibile nuova intifada in Terra Santa a seguito del ritrovamento dei feretri dei tre giovani israeliani rapiti in giugno in Cisgiordania e l’uccisione, forse per vendetta, di un ragazzo palestinese. Il governo israeliano si è subito riunito, al fine di organizzare la reazione contro i palestinesi, accusati del triplice omicidio. Sebbene tutto lascia presupporre che la morte dei tre sia avvenuta per mano fondamentalista, lascia però una certa perplessità la reazione israeliana.

Già qualche giorno prima del ritrovamento, Avrahm Burg, figlio del leader del Partito Nazionale Religioso, Josef Burg, aveva espresso sul quotidiano israeliano Ha’aretz la propria vicinanza ai tre ragazzi rapiti, augurandosi che potessero essere presto liberati, ma aveva destato scalpore ricordando che “lo scoppio della violenza si colloca all’interno del vuoto creato dal blocco del processo di pace, di cui Netanyahu è in primo luogo responsabile”. Burg aggiungeva poi che “vi è un altro sequestro in atto, quello del popolo palestinese, e che in questo contesto vanno collocate le esplosioni di gioia dei palestinesi per quel rapimento, visto come possibile mezzo per ottenere la liberazione di prigionieri palestinesi, come già avvenne per la liberazione del soldato Shalit”.

Esplosioni di gioia da parte dei palestinesi che vanno però inserite in un quadro che di gioioso non ha molto. Esempi ne sono la condanna da parte dell’UE, avvenuta il 5 giugno, in merito alla decisione di Israele di installare nuovi insediamenti in territorio palestinese e la critica del 13 giugno, sempre da Bruxelles, alle carcerazioni preventive di numerosi cittadini palestinesi. Appare dovuta la più recente condanna europea per l’uccisione dei tre ragazzi, a cui hanno fatto eco anche le parole del Ministro degli Affari Esteri italiano, Federica Mogherini, che ha espresso il suo “grandissimo dolore” affermando: “siamo vicini a Israele in questo momento di grave lutto. Voglio porgere al governo e al popolo israeliano le condoglianze mie e dell’intero governo italiano per questi omicidi che condanniamo nel modo più fermo. Mi auguro che sia fatta piena luce su quanto accaduto e che i responsabili di questo vile atto ne rispondano quanto prima davanti alla giustizia”.

Giustizia che però da Israele non si è fatta attendere. Già nella notte successiva il ritrovamento, Israele ha infatti dato il via ad un raid contro 34 obiettivi nella Striscia di Gaza, giustificandoli come rappresaglia ai razzi lanciati da Hamas contro il sud di Israele. Ma non solo, nella stessa notte l’esercito israeliano ha demolito le abitazioni dei due principali sospettati del sequestro dei tre adolescenti israeliani, riportando in auge una pratica punitiva dismessa dal 2005.

Questi avvenimenti di cronaca sono solo gli ultimi di una crisi pluriennale da cui sembra non esservi via d’uscita. Per quanto riguarda l’UE, essa fa parte del “quartetto”, l’insieme di Stati volto a mediare la crisi e a tracciare una roadmap per la risoluzione del conflitto. L’azione del quartetto, però, finora è stata ininfluente, anche a causa della chiusura da parte degli Stati Uniti nei confronti di Hamas, l’organizzazione eletta democraticamente nel 2006 che controlla la Striscia di Gaza e che recentemente si è ricongiunta all’ala palestinese cisgiordana, Fatah. Palestina ed Israele, inoltre, sono entrambi membri della Euro-Mediterranean Partnership. 

Sebbene l’UE abbia cercato fin dal principio di agire come mediatore imparziale, raccogliendo l’unanimità dei propri membri, essa ha però agito in maniera oscillante tra i due versanti, non seguendo mai fino in fondo una determinata linea politica. Spesso, anzi, essa ha agito pronunciandosi per la pace e denunciando la condizione dei palestinesi, rigettando però di intessere relazioni con Hamas (considerata organizzazione terroristica) e propendendo più verso Tel Aviv. Un atteggiamento del genere, dunque, è chiaro che generi una zona grigia facilmente penetrabile da coloro che da questa crisi ne stanno traendo profitto.

L’Europa dovrebbe comprendere che, se il risultato che vuole ottenere è realmente la pace e la creazione di due Stati in Terra Santa, deve iniziare ad agire coerentemente. Soprattutto, non può limitarsi solo a semplici condanne di Israele che, in questi anni, ha continuato ad agire in modo fortemente provocatorio e lesivo dei diritti umani nei confronti dei palestinesi.

In foto una veduta di Gerusalemme (Foto: Eric Borda – www.flickr.com, 2012)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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