mercoledì , 15 agosto 2018
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L’Italia e l’UE alle prese con il caso Shalabayeva

24 luglio. A Bruxelles si è svolto un incontro del Consiglio di Cooperazione tra UE – delegazione guidata dal Ministro degli Esteri della Lituania, cui spetta la presidenza di turno dell’UE, Linas Linkevičius – e Kazakistan – presente il vice-premier Yerbol Orynbayev – per discutere il rinnovo dell’accordo di partnership (ACP), ormai vecchio del 1999. Un incontro di routine – si discute di un rinnovo fin dal 2009 – e che probabilmente sarebbe passato sotto silenzio se non fosse seguito solo di pochi giorni allo scatenarsi in Italia di un vero proprio caos attorno alle vicende di Alma Shalabayeva”,  moglie dell’ex-ministro kazako Mukhtar Äblyazov, espulsa dall’Italia lo scorso 31 maggio e ricondotta ad Almatya su un jet inviato dal governo kazako. Un affare poco chiaro, che ha rischiato addirittura di compromettere la stabilità del Ministro degli Interni Angelino Alfano e dell’attuale governo italiano.

“Abbiamo discusso a pranzo i dettagli del caso” ha detto il vice-premier kazako, mentre Linkevičius ha minimizzato dicendo che l’UE “segue da vicino la vicenda, nel rispetto del proprio ruolo”, quasi a ribadire quanto detto nei giorni precedenti dalla portavoce del Commissario per gli Affari Interni Cecilia Malmström riguardo “un caso di competenza delle autorità nazionali”, per il quale “l’UE si limiterà a verificare il rispetto delle norme comunitarie sul diritto di asilo” (direttiva 2003/9/CE).

In realtà il riferimento al diritto d’asilo non è del tutto pertinente, se è vero, come dichiarato dallo stesso Alfano, che non esiste alcun documento o traccia di una richiesta di asilo da parte della Shalabayeva, che quindi non ha potuto o voluto giovarsi dello status di rifugiata. Così come non lo sono anche i paragoni – fatti da alcune testate giornalistiche – tra il questo caso e quello di Aleksandr Pavlov, ex capo delle guardie del corpo di Äblyazov, per cui la Spagna aveva rifiutato l’estradizione (concessa poi lo scorso 22 luglio). Il “caso Shalabayeva” si configurerebbe infatti come un’espulsione, non come un’estradizione. La differenza è fondamentale, in quanto per l’estradizione il presupposto è la richiesta formale da parte dello Stato estero, che in questo caso non sembra ci sia stata.

La richiesta da parte delle autorità kazake pare fosse invece relativa ad Äblyazov, che si riteneva si trovasse a Roma, e per la cui cattura era stato effettuato il blitz nella casa dove è stata ritrovata la Shalabayeva, cui veniva contestato il soggiorno irregolare a causa del passaporto – della Repubblica del Centro Africa – ritenuto falso. La Shalabayeva sarebbe stata quindi espulsa (insieme alla figlia) con provvedimento vistato dall’autorità prefettizia e convalidato dal Giudice di Pace. Espulsione revocata poi dal governo italiano, in quanto il passaporto centrafricano della Shalabayeva è stato confermato come regolare. A parte questo, i dubbi sul provvedimento rimangono due: la possibile violazione dell’art.19 del Testo Unico sull’immigrazione (aggiornato con D. Lgs. 28.06.2012, n. 108) che prevede che “in nessun caso può disporsi l’espulsione […] verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche” e la velocità dello stesso, che potrebbe aver impedito alla Shalabayeva di presentare richiesta d’asilo.

Dubbi ragionevoli se si pensa alla situazione politica kazaka, dove il “Presidente” Nazarbayev è al potere fin dall’indipendenza, vince le elezioni con il 95% delle preferenze (2011), ha rimosso il limite alla sua rieleggibilità (sempre 2011) e nomina giudici e parte del Senato. I rapporti di molte ONG (ma anche del Comitato per i diritti umani dell’ONU) evidenziano il ricorso a torture e fanno ritenere probabile una repressione degli oppositori politici (tra cui Äblyazov, che infatti gode di asilo politico in Gran Bretagna) da parte di Nazarbayev. Verifiche di eventuali responsabilità da parte delle autorità italiane appaiono dunque doverose – come richiesto anche dall’ONU che ha parlato di “extraordinary rendition”, auspicando tra l’altro un rientro della Shalabayeva (e della figlia) in Italia – affinché quella che qualcuno ha definito “ragion di stato” non prevalichi i diritti dell’individuo.

Non troppo ragionevoli appaiono invece le conclusioni di parte della stampa e di alcuni esponenti politici, che chiedono addirittura “misure ritorsive quali la sospensione dell’accordo di partnership UE-Kazakistan” o l’espulsione dell’ambasciatore kazako. Come se all’improvviso fosse diventato immorale qualsiasi tipo di rapporto col Kazakhstan. Un’interruzione dei rapporti sarebbe invece dannosa per almeno due ragioni: da una parte i rapporti economici, sia con l’Italia che con l’UE, sono tutt’altro che secondari (e destinati ad aumentare, con l’inizio dello sfruttamento del giacimento di Kashagan, facendo del Paese una valida alternativa alle forniture Gazprom), dall’altra non porterebbe ad un miglioramento della situazione politica kazaka, cui sicuramente non mancano altri acquirenti per le proprie risorse (forti i rapporti con la Cina, ma anche l’India è alla finestra).

Un approccio auspicabile invece, comporterebbe un miglior utilizzo del principio di condizionalità, con rapporti economici vincolati al raggiungimento di obiettivi nel campo della governance, dei diritti umani e dei diritti fondamentali. Un metodo tanto caro all’UE e su cui si basano sia l’Accordo di Partnership del ‘99 che la Strategia per l’Asia Centrale, che dovrebbe regolare i rapporti con le cosiddette “democrazie dell’orda”. Miglior utilizzo che dovrebbe portare al bilanciamento tra condizioni troppo blande, che non danno origine a miglioramenti nella situazione politica e nei diritti, e condizioni troppo severe, che orientano il Paese terzo verso altri partners. Le norme e la strategia esistono, quindi, si tratterebbe solo di applicarle ed implementarle, evitando che azioni e reazioni dettate dalle emozioni del momento generino i pasticci internazionali in cui l’Italia si dimostra ancora maestra.

In foto, la seduta del Consiglio di Cooperazione UE – Kazakhstan del 24 luglio. (© Council of the European Union)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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