domenica , 18 febbraio 2018
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«L’Ucraina non esiste». Putin e lo strappo in Crimea

«Vedi George, l’Ucraina non esiste. Parte del territorio gliel’abbiamo regalato noi nel 1954». Parlava così Vladimir Putin, nel 2008, rivolgendosi al Presidente USA George W. Bush. Si riferiva alla Crimea e alla scelta di Chruščëv (di nazionalità ucraina) di spostare quelli che negli anni ’50 erano confini labili, interni alla sterminata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

I confini sono rimasti labili anche dopo l’indipendenza di Kiev, nel 1991, perché Mosca ha mantenuto a Sebastopoli, in Crimea, la sede della poderosa flotta del Mar Nero. Perché sono stati firmati accordi per il transito di truppe russe, anche armate, in territorio ucraino. Perché sono enormi gli interessi economici che legano la Crimea al resto dell’Ucraina ed a Mosca e tantissimi i legami linguistici e culturali. In questa parte dell’Ucraina parte della popolazione se guarda la TV, guarda la TV russa e se legge un giornale, lo legge in russo.

Confini che, però, gli ultimi avvenimenti hanno reso più netti. Il nuovo governo Yatsenyuk, a Kiev, per gli europeisti e i nazionalisti di Euromaidan è “il governo”, per i filo-russi è il risultato di “un colpo di Stato”. Così come il nuovo governo di Sergej Aksionov in Crimea, che per i filo-russi è “il governo” che dovrà portare la Crimea ad un referendum per l’indipendenza dall’Ucraina, fissato prima per il 25 maggio e poi per il 30 marzo, mentre per i tartari e gli ucraini di Crimea è “un’usurpazione”.

Il nuovo premier di Crimea, quello che ha chiesto aiuto alla Russia, è stato eletto dal Parlamento locale in “seduta ristretta”, composta dai soli esponenti filo-russi, mentre all’esterno dell’edificio una milizia armata impediva l’accesso agli altri, sostituendo la bandiera ucraina con quella della Grande Madre Russia. «Prima era come se nel proprio letto, con la propria moglie, giacesse qualcun altro!», le parole di un miliziano.

La poderosa esercitazione scattata tra giovedì e venerdì ha coinvolto i 150 mila uomini della Flotta del Mar Nero, elicotteri, blindati, navi. Ci sono stati movimenti di truppe nel territorio della Crimea, molto sospetti al di là degli accordi di transito. Il tutto mentre la Duma, a Mosca, chiede a Vladimir Putin di “fare di tutto per proteggere i russi di Crimea” e mentre lo stesso Vladimir Putin risponde “chiedendo l’autorizzazione della Duma ad un intervento armato, se necessario”.

Nella notte di giovedì-venerdì uomini armati, vestiti con uniformi non identificate, portati da autocarri senza targhe, hanno preso il controllo di due aeroporti della Crimea, Belbek e Simveropol. Nella notte, a Gvardeyskoye, sono atterrati aerei non-ucraini, che trasportano uomini armati non-ucraini. «Dobbiamo evitare che qui in Crimea arrivino i nazionalisti ucraini», affermano questi “senza nome”, senza dire chi li manda. Non è difficile da capire, anche se il confine tra un russo ed un russo d’Ucraina è anch’esso molto labile.

Confini. Come ci fosse un confine etnico tra il resto dell’Ucraina e la Crimea, abitata in realtà “solo” per il 55% da russi, mentre il 27% è composto da ucraini e il 12% da tartari, rientrati in Crimea dopo l’indipendenza di Kiev dopo essere stati deportati, da Stalin, in quanto “collaboratori” del regime nazista. Gente che vede come il fumo negli occhi una Repubblica di Crimea indipendente e filo-russa e che probabilmente non la accetterebbe  senza colpo ferire (ci sono già stati scontri tra tartari e filo-russi, si parla di un morto e diversi feriti). Come se i filo-russi, in Ucraina, fossero concentrati in Crimea: proteste oggi a Donetsk e in altre città. Non c’è un confine netto tra pro-Europa e pro-Russia.

Confini. Sono i confini il fallimento dell’Ucraina, la ricerca e l’esasperazione dei confini. Fare in modo, magari senza volerlo, che si smetta di parlare di politiche eque, di riforme economiche, di occupazione, di diritti e si cominci invece a parlare di nazionalità e confini. UE e Russia – l’una per inconsistenza in politica estera, le difficoltà economiche e la scarsa coesione, l’altra per autoritarismo, interessi particolaristici, paura di aprirsi e incapacità di andare oltre la Realpolitik – hanno smesso di dialogare.

A pagare per questa incapacità al dialogo (incredibile che l’UE chieda ai singoli Paesi membri di “rinegoziare gli accordi con la Russia per il South Stream”) è oggi l’Ucraina. Ieri è stata la Georgia. Domani sarà forse la Serbia, o magari l’Ungheria. Paesi in cui le due anime, quella russa e quella occidentale, convivono da secoli. E che per assenza di dialogo rischiano di essere divise da labili e pericolosi confini.

Photo © Marion Doss, 2002, www.flickr.com.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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