giovedì , 22 febbraio 2018
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L’UE e gli obiettivi del Millennio: gli aiuti allo sviluppo oltre il 2015

Nel settembre del 2000, i 191 Stati membri delle Nazioni Unite (oggi 193) firmarono la “dichiarazione del Millennio”. Una sorta di decalogo che raccoglie i cosiddetti Millennium Development Goals (MDGs), cioè le 8 questioni globali più urgenti che contribuiscono ad incrementare le enormi differenze economico sociali tra Paesi industrializzati e Paesi sotto sviluppati. Tra queste, troviamo lo sradicamento della povertà estrema, l’universalità dell’istruzione primaria, il miglioramento della salute materna o un partenariato mondiale per lo sviluppo.

Considerata la complessità degli obiettivi, che potrebbero apparire irrealistici o irrealizzabili, il documento sin dall’inizio, per evitare che gli Stati s’impegnassero solo con delle dichiarazioni d’intenti e senza azioni pratiche, ha posto delle tempistiche e degli indicatori ben precisi in modo da poter monitorare passo per passo eventuali miglioramenti. Il tempo previsto per il raggiungimento degli otto obiettivi del Millennio è dal 2000 al 2015, e come prevedibile, nonostante importanti progressi compiuti certificati dalla Banca Mondiale, la strada è ancora lunga e complessa. In tale contesto, l’Unione Europea gioca ovviamente un ruolo di primo piano. Essendo il principale donatore di aiuti umanitari del mondo, eroga più della metà degli aiuti allo sviluppo, generalmente sotto forma di finanziamenti, fornitura di beni e di servizi, contribuendo spesso in modo decisivo a fare fronte alle situazioni d’emergenza. Per rendere ancora più esplicito il ruolo dell’UE, stiamo parlando di 58 miliardi di euro di aiuti ufficiali nel 2011.

Perciò, considerato questo ruolo europeo di “leader umanitario”, e il mancato raggiungimento di alcuni degli obiettivi del millennio, le istituzioni europee si sono adoperate per l’elaborazione di una strategia per il post-2015. Più precisamente, la Commissione ha più volte ribadito la necessità di un approccio “all’aiuto umanitario” nuovo e più concertato rispetto al passato. L’economia mondiale ha subito cambiamenti epocali dal 2000 in poi, e conseguentemente l’Unione Europea punta a rinnovare un approccio che in passato ha portato sprechi per milioni di euro. La strategia della Commissione si basa fondamentalmente su due importanti direttrici. Da un lato c’è la necessità di transitare verso i nuovi obiettivi globali, come per esempio i “Sustainable Development Goals (SDGs)” adottati nel 2012 alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (UNCED) di Rio+20. Come già accennato, i profondi cambiamenti dell’economia globale, tra i quali la nascita di nuovi potenti poli economici quali quello cinese o indiano, ha convinto la Commissione della necessità di rivedere gli ormai vecchi MDGs ed elaborare dei nuovi obiettivi quantitativi e facilmente misurabili prima della scadenza del 2015.

Dall’altro lato, per aggredire effettivamente l’estrema povertà che colpisce strutturalmente molti paesi del mondo, come il Sudan o i paesi della regione dei Grandi Laghi africani, è doveroso passare ad un approccio che gli specialisti chiamano bottom-up, cioè dal basso verso l’alto. Perciò, oltre ad incrementare, dove possibile, i finanziamenti, l’UE vuole concentrarsi maggiormente su come tali aiuti sono effettivamente utilizzati e sul perché, eventualmente, non portano ai risultati sperati in una stretta cooperazione con i governi che ricevono gli aiuti.

Per esempio, molti economisti e ONG hanno dimostrato una stretta relazione tra ambiente politico interno e crescita economica. Basti pensare alla correlazione tra investimenti diretti esteri, fonte d’ingenti capitali che potrebbe essere utilizzati per nuovi investimenti, e corruzione; oppure al legame positivo tra stabilità politica di lungo termine e crescita del PIL. Anche se non c’è ancora accordo tra gli economisti dello sviluppo su quali siano gli strumenti migliori per indirizzare un paese verso la crescita economica, la Commissione non ha dubbi che un miglior ambiente economico possa contribuire ad alleviare le debolezze economiche della maggior dei paesi del mondo, e quindi la Comunità Internazionale deve proseguire su questa strada.

In conclusione, di risultati ottimi l’UE e le Nazioni Unite ne hanno ottenuti in questi 13 anni, tanto rilevanti che il settimanale The Economist ai primi di giugno vi ha dedicato una copertina con un titolo molto suggestivo: “Toward the end of poverty”, verso la fine della povertà. Nonostante ciò, abbiamo ancora 1,2 miliardi di persone sotto la soglia di estrema povertà, ed è quindi necessario un approccio molto aggressivo per il post-2015. Sarà quindi importante che la Commissione s’impegni a fare esattamente ciò che scrive nel documento riguardante la strategia post-2015, e cioè cambiare le politiche interne dei paesi sottosviluppati poiché come recita il documento ”è più efficiente che usare gli aiuti umanitari per compensare le decisioni e le politiche sbagliate”.

In foto, scatti da un mercato del Sudan (© EuropeAid)

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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