lunedì , 19 febbraio 2018
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Mogherini e Netanyahu durante la visita dell'Alto Rappresentante a Gerusalemme © European Commission, 2014

L’UE e Obama spiazzati dalle elezioni israeliane

Nelle elezioni israeliane tenutesi martedì scorso ha vinto la linea del nazionalismo intransigente. Il riconfermato leader del Likud Benjamin Netanyahu, dato per spacciato dai sondaggi, forte dei suoi 30 seggi alla Knesset, potrà riprendere la proposta volta a dichiarare Israele uno “Stato nazione ebraico” e continuare con la sua linea contraria rispetto alla creazione di uno Stato palestinese, ad ogni possibile compromesso sulla città di Gerusalemme e sul nucleare iraniano.

Stallo continuo nel processo di pace dopo le elezioni israeliane

Il quotidiano Haaretz ha commentato il responso elettorale favorevole al Likud titolando “il processo di pace è finito e adesso deve iniziare la pressione politica”.  In questi ultimi anni, i negoziati per il processo di pace si sono rivelati inconcludenti e la prospettiva di un accordo a medio termine si allontana notevolmente. Nel novembre scorso, la coalizione di governo israeliana si è infatti spaccata sul Jewish State bill, con le dimissioni dei Ministri delle Finanze Yair Lapid e della Giustizia Tzipi Livni, rispettivamente dei partiti centristi “Yesh Atid” e “HaTnuah”. Si tratta di un testo di legge costituzionale, che rafforzerebbe il carattere ebraico dello Stato israeliano, a danno dei diritti degli arabi israeliani (il 20% della popolazione).

Il Likud sostiene, inoltre, il rafforzamento delle attività di colonizzazione sulle alture del Golan, si esprime a favore di una Gerusalemme completamente israeliana ed è contrario alla creazione di uno Stato palestinese. L’Unione Sionista di Isaac Herzog e Tzipi Livni, uscita sconfitta dalle elezioni con 24 seggi, era invece a favore del ritiro dalla Cisgiordania, di uno Stato bi-nazionale e contraria al Jewish State bill. Tra l’altro, nei giorni scorsi, l’OLP ha deciso d’interrompere ogni forma di coordinamento per la sicurezza con Israele, accusato di violare sistematicamente gli obblighi assunti e di svolgere raid militari in Palestina che danneggiano civili e proprietà private.

L’Europa spera nel rilancio

Nonostante le posizioni di Netanyahu, l’Alto Rappresentante UE per la Politica Estera, Federica Mogherini, ha inviato un messaggio al premier israeliano, esprimendo l’impegno a “lavorare per una relazione reciprocamente proficua e per il rilancio del processo di pace”. “Siamo in un momento cruciale – ha affermato la Mogherini -, con così tante minacce in Medio Oriente. L’Unione sostiene una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, nell’interesse del popolo israeliano, palestinese e dell’intera regione”. Bruxelles intende, dunque, assumere un ruolo di primo piano per il rilancio dei negoziati.

La lontananza rispetto a Washington

 “Il nemico del tuo nemico è tuo nemico”, aveva detto due settimane fa Netanyahu di fronte al Congresso americano: niente “patto col diavolo” (Iran e Siria) per contrastare l’ISIS, perché la “sicurezza d’Israele viene prima di tutto”. L’amministrazione Obama sembra invece di tutt’altro avviso, usa toni freddi e si sta nettamente riavvicinando ai regimi di Assad e Rouhani, perfino al punto da rendere evidenti le incrinature con il suo storico “difficile amico”, Israele.

Con l’Iran, i Paesi del “5+1” (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina e Germania) contano di chiudere entro fine mese, a Ginevra, i negoziati per il nucleare, su cui si sarebbe raggiunto un accordo sul 90% delle questioni tecniche, anche se su alcuni punti rimane qualche riserva sull’uso pacifico del progetto. Proprio nei giorni scorsi, Teheran ha annunciato lo sviluppo di un nuovo missile da crociera, chiamato “Soumar”, basato sul modello russo KH-55, con un raggio potenziale di 2.500-3.000 chilometri, quindi fino alla Turchia ed i Balcani.

Il colonnello Aviram Hasson, dell’Organizzazione israeliana di difesa missilistica, ha detto che rappresenta un passo in avanti nella corsa agli armamenti, mentre dalla parte iraniana è stato salutato come un miglioramento delle capacità di difesa militare. Nel frattempo, il filoccidentale Qatar ha deciso di considerare Hamas come movimento di resistenza e non come gruppo terrorista (quale invece lo considera Israele) nella sua “politica della porta aperta”.

Tra Stati Uniti ed Israele vi sono, dunque, attualmente due approcci di politica estera completamente opposti: molto inclini al compromesso sembrano gli uomini dell’amministrazione Obama, recalcitranti quelli del governo israeliano. Ma cosa potrà fare il nuovo governo Netanyahu, il quale cerca di interpretare i sentimenti interni d’insicurezza, se Washington pare così determinata a raggiungere un accordo con l’Iran e a riavvicinarsi rispetto agli storici nemici d’Israele?

L' Autore - Antonino Stramandino

Laureato, con lode, nella Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, curriculum Politica e Sicurezza Internazionale, presso il campus di Forlì dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Ho svolto uno stage MAECI-CRUI presso l'Ambasciata d'Italia a Riad, dal quale ho preso spunto per la mia tesi magistrale dal titolo "L’Arabia Saudita tra petrolio e politiche per la diversificazione economica. Un’analisi dell’evoluzione del paradigma del rentierism". Sono giornalista pubblicista dal 2012 e mi sono occupato di cronaca, politica e sport cittadini sulle colonne del quotidiano messinese “Gazzetta del Sud”. Dal 2015 faccio parte della redazione di Europae, per la quale mi occupo di Relazioni Esterne UE e Medio Oriente.

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