giovedì , 16 agosto 2018
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Accesso ai farmaci nei Paesi in via di sviluppo: i progetti UE

In un periodo in cui l’allarme Ebola continua a ondeggiare, conoscendo picchi più o meno elevati a seconda dei diversi Paesi europei, la Commissione Europea pubblica la relazione conclusiva sul progetto Access to pharmaceuticals (ATP). Il progetto è stato presentato su CORDI, il portale e archivio pubblico della Commissione dedicato alla pubblicazione dei dati relativi ai progetti di ricerca finanziati dall’UE. Il portale diffonde inoltre i risultati dei progetti stessi, consentendo all’opinione pubblica una discreta possibilità di monitoraggio.

L’ATP è stato sviluppato a difesa del diritto fondamentale ad accedere a cure farmaceutiche appropriate. Un diritto particolarmente sofferente nei Paesi in via di sviluppo, situazione per la quale alcuni ricercatori hanno iniziato a studiare soluzioni che intrecciano aspetti non solo scientifici, ma anche economici e giuridici. L’ATP, nello specifico, appartiene al novero di programmi promossi all’interno del settore Salute del 7° Programma Quadro. Quest’ultimo è stato condotto tra il 2007 e il 2013 al fine di creare uno Spazio europeo della ricerca e promuovere un’economia e una società della conoscenza. Il budget del Programma superava di non poco i 50 milioni di euro, una cifra che comunque non ha consentito degli spazi di manovra eccessivi.

Il primo grande cruccio dei ricercatori è la scontata, mancanza di investimenti verso questo settore dell’industria farmaceutica. Un settore inteso come ingresso in un mercato poco redditizio, nel quale sarebbe necessario comprimere gli interessi dell’offerta a favore di quelli della domanda. Un postulato che striderebbe alle orecchie di qualunque economista, ma che risponde a un ordinario anelito d’umanità.

Per andare incontro all’esigenza di sopravvivere anche con investimenti non cospiscui, i ricercatori si sono dunque concentrati su uno sviluppo orientato della politica delle licenze. Così, si sono ipotizzate in un primo momento delle licenze obbligatorie e, in un secondo, le cosiddette licenze socialmente responsabili (SRL). Queste ultime garantirebbero l’accesso ai farmaci grazie a una politica di concessione delle licenze di proprietà intellettuale (IP), che contenga i costi dei prodotti che ne derivano. In buona sostanza si tratterebbe di gratificare la creazione intellettuale dello scienziato ideatore del farmaco, ma con un compromesso della sua retribuzione in virtù di una componente positiva in senso sociale. L’idea è ovviamente ardua da metabolizzare ed è per questo che, di pari passo con l’ATP, è stata elaborata e pubblicata una guida sulle SRL per promuoverne la conoscenza e l’accettazione. 

Un meccanismo già esistente che si è rivelato vincente è stato invece quello delle licenze obbligatorie, regolato sin dal 2006 da un regolamento europeo. Il funzionamento è semplice: le aziende che intendono produrre farmaci generici per l’esportazione verso Paesi in via di sviluppo possono richiedere una licenza all’autorità nazionale di riferimento. La richiesta è inoltrata al titolare del brevetto sul farmaco considerato, perciò a quel soggetto che ha diritti esclusivi sulla vendita e i prodotti in questione. La licenza è  concessa obbligatoriamente nella misura in cui chi la richiede dimostri di svolgere un’attività di esportazione verso Paesi importatori con “problemi di salute pubblica”.

Una definizione che non restringe il campo nemmeno per quanto concerne il tipo di farmaco interessato dalla licenza. La richiesta va inoltre corredata dalla dimostrazione che a monte vi sia un’esigenza medica dichiarata o dal Paese importatore o da un’organizzazione sanitaria che agisca ufficialmente sul suo territorio. I prodotti vengono poi identificati da un’etichettatura particolare al fine di evitare la loro diffusione illecita in Paesi non interessati dal trattamento favorevole. Un trattamento che prevede una retribuzione del titolare del brevetto a carico dell’esportatore, ridotta al 4% del prezzo complessivo pagato dall’importatore in caso di un’emergenza nazionale o di un’utilizzazione pubblica a scopo non commerciale.

Il dato più preoccupante del risultato dell’ATP dunque salta agli occhi: il meccanismo più efficace per distruggere gli ostacoli all’accesso ai farmaci nei Paesi in via di sviluppo è anche l’unico già esistente all’alba del 7° Programma Quadro nel settore Salute. Meccanismo efficace, ma senza dubbio non risolutivo.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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