lunedì , 19 febbraio 2018
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L’UE taglia i fondi per la cooperazione allo sviluppo

Martedì 12 febbraio è stata una data importante per la cooperazione allo sviluppo promossa dall’Unione Europea. A Dublino si è svolto infatti un incontro informale fra i Ministri per lo Sviluppo dei 27 Stati membri, a cui hanno partecipato importanti rappresentanti della Commissione Europea come il Commissario per lo Sviluppo Andris Piebalgs e quello per l’Aiuto Umanitario Kristalina Georgieva. L’incontro segue di pochi giorni la decisione del Consiglio Europeo del 7 e 8 febbraio di ridurre il bilancio dell’UE, compresi le allocazioni delle politiche per lo sviluppo.

Tale politica viene finanziata per lo più attraverso lo European Development Fund (EDF), dedicato ai programmi diretti verso i Paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico (ACP), e il Development Cooperation Instrument (DCI). Il compromesso sul Quadro Finanziario Pluriannuale raggiunto dal Consiglio Europeo mira a ridurre le risorse a disposizione dell’EDF di circa il 10% rispetto alla proposta avanzata dalla Commissione, abbassando la spesa prevista da 29,99 miliardi di euro a 26,98 miliardi. Nonostante l’EDF non sia direttamente finanziato dal bilancio comunitario, nondimeno è stato oggetto di un ridimensionamento. Per quanto riguarda il DCI, che rientra nel capitolo di spesa ‘Global Europe’, la dotazione proposta dalla Commissione era di 20,6 miliardi di euro, mentre, secondo stime di EurActiv, la cifra stanziata sarà di 17,3 miliardi, con una riduzione di circa il 16%.

Si tratta di decisioni gravide di conseguenze, dato che, come anticipato pochi giorni fa su queste pagine, si inseriscono in un contesto caratterizzato dai primi passi verso la formulazione di una nuova strategia globale per superare la fatidica soglia del 2015 e la scadenza del programma dedicato ai Millenium Development Goals. Difficilmente l’UE potrà avere una posizione negoziale forte in quest’ambito, presentandosi dopo aver ridotto le risorse destinate allo sviluppo. L’intreccio fra il miope interesse nazionale dimostrato dai governi europei e le ragioni dell’austerità in questi tempi di crisi mal si conciliano con la conclamata retorica dell’UE in quanto primo donatore al mondo. Il dibattito interno all’Unione non è però concluso.

Al meeting di Dublino si sono infatti confrontate le posizioni di Stati membri e Commissione. Se il Ministro irlandese per il Commercio e lo Sviluppo, Joe Costello, in accordo con i colleghi presenti, ha affermato che una delle priorità della presidenza irlandese è proprio quella di promuovere una posizione comune europea nella formulazione della strategia per il dopo 2015, il Commissario Piebalgs ha voluto richiamare gli Stati membri alle loro responsabilità. I tagli al budget di EDF e DCI, ha sottolineato Piebalgs, implicano che l’UE non sarà in grado si raggiungere l’obiettivo concordato nel 2005 di destinare entro il 2015 lo 0,7% del PNL ai programmi per i MDG, al contrario di quanto sarebbe accaduto accettando le proposte della Commissione. Affinché l’UE non sia costretta a rinnegare gli impegni assunti, dovranno essere gli Stati membri ad incrementare i rispettivi budget nazionali. Difficile immaginare che questo possa accadere realmente, date le politiche di austerità attuate da molte capitali europee.

L’UE rischia dunque di cadere nuovamente nella trappola del gap fra le aspettative che essa genera con i propri annunci e i risultati poi ottenuti. Tale possibilità appare poi paradossale leggendo le conclusioni del meeting di Dublino, che ribadiscono invece l’impegno europeo nelle politiche per lo sviluppo. Oltre alla già citata volontà di presentarsi con una sola posizione nel dibattito globale per il futuro della cooperazione allo sviluppo, i Ministri europei hanno approvato un significativo programma di aiuti per il Mali, dimostrando come l’UE, dopo aver appoggiato l’intervento francese, intenda perseguire la stabilizzazione del Paese garantendone lo sviluppo economico. In particolare, dopo che il governo maliano ha dimostrato il proprio impegno per la restaurazione della democrazia nel Paese, il meeting ha deciso di rimuovere le misure precauzionali poste in essere dopo il colpo di Stato del marzo 2012 e il seguente conflitto nel Nord, mobilitando circa 250 milioni di euro.

La cooperazione allo sviluppo promossa dall’UE attraversa dunque una fase molto complessa, dato che si tratta di una politica sensibile, facile bersaglio dei tagli ai bilanci decisi in questi anni a livello nazionale e comunitario. I governanti europei non dovrebbero comunque dimenticare che spesso tale politica è legata strettamente a interessi concreti dell’Europa, soprattutto in politica commerciale e per quanto riguarda la stabilità e la sicurezza dei partner fra i Paesi in via di sviluppo. Ricordando che la soluzione potrebbe essere individuata in un utilizzo più efficiente delle risorse europee e non necessariamente in un loro mero incremento, il giusto bilanciamento fra differenti esigenze sembra tuttavia alquanto sfuggente.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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