mercoledì , 21 febbraio 2018
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L’Unione Europea e la Realpolitik nell’Artico

Per quanto la Guerra Fredda sia terminata da oltre vent’anni, molti autori e studiosi continuano ad usare questa terminologia per descrivere periodi di tensione, privi di dichiarate e aperte ostilità, che scaturiscono da eterogenee controversie fra importanti attori del contesto internazionale. Sempre più spesso, infatti, il termine “nuova guerra fredda” viene utilizzato per descrivere quella serie di relazioni e interazioni che riguardano organizzazioni sovranazionali, Stati confinanti o portatori di interessi nell’area adiacente al Circolo Polare Artico. Polo Nord e Mare Glaciale Artico, per quanto geograficamente posti ad uno dei due estremi della superficie terrestre, hanno sempre giocato, forse non completamente alla luce del sole, un ruolo tutt’altro che marginale nel panorama politico internazionale degli ultimi settant’anni.

Sin dalla guerra fredda, l’area in questione ha assunto sempre maggiore rilevanza, sia come teatro per il confronto fra USA e URSS in riferimento alla contesa sottomarina, sia come piattaforma di dislocamento di alcune istallazioni missilistiche nucleari di entrambi gli schieramenti. Oggigiorno, gli interessi e l’interesse per il circolo polare artico hanno continuano ad essere vividi, seppur abbiano assunto una diversa connotazione. Non più campo di battaglia di una possibile guerra nucleare, l’estremo nord del globo, grazie agli ultimi vent’anni di ricerche e prospezioni minerarie, ha assunto una valenza economica tutt’altro che indifferente per i paesi direttamente confinanti e non.

Numerose ricerche hanno comprovato, per quanto sia le stime sui quantitativi che l’effettiva sfruttabilità siano ancora discordanti ed incerti, la presenza di un elevato numero di giacimenti di idrocarburi, gas e petrolio per lo più offshore, e di altri minerali, tra cui minerali ferrosi, uranio, diamanti e oro. Secondo i dati più attendibili, circa il 30% delle risorse globali inesplorate di gas e il 13% di petrolio si troverebbero al di sotto della superficie artica, rendendo estremamente appetibile uno sfruttamento della zona nei prossimi 15 anni (tempo stimato per la costruzione di apparecchiature e strumentazione idonee alla perforazione e allo sfruttamento nelle avverse situazioni climatiche). In aggiunta ai possibili “appetiti” energetici, la riduzione dell’estensione della banchisa artica (pack ice) dovuta allo scioglimento dei ghiacci, quest’ultimo da molti imputato al riscaldamento globale, potrebbe condurre nei prossimi anni ad una piena navigabilità della parte più esterna del circolo polare, attualmente percorribile solo dal 2010 ed esclusivamente durante il periodo estivo. Non solo la Northern Sea Route permetterebbe così  una consistente riduzione dei tempi di percorrenza per le imbarcazioni in navigazione sulla rotta Asia-Europa-Asia, ma di conseguenza , come sostenuto in un recente intervento dell’ambasciatore dell’UE in Norvegia János Herman, sposterebbe il 40-50% del commercio marittimo dall’Oceano Indiano al Mar Glaciale Artico, rimodellando drasticamente l’importanza di alcune regioni quali Medio Oriente e Mediterraneo.

Vista l’importanza strategica della regione e le possibili ripercussioni derivanti dall’attuazione di future politiche da parte degli stati detentori di confini costieri sull’Artico (Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca, Norvegia, Finlandia), non sembra particolarmente altisonante l’interesse europeo per una maggiore influenza nell’area, sia come decisore politico, che come attore economico. E’ la stessa Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS) che prevede per le aree al di fuori della zona economica esclusiva dei singoli stati (200 miglia marittime), almeno per dieci anni, la libera navigabilità e il libero sfruttamento delle risorse ittiche e non, seppur con vincoli e restrizioni.

Come ribadito nella sessione plenaria del Parlamento europeo di mercoledì 18 aprile, con il Commissario Stefan Fule a fare le veci dell’Alto Rappresentante per la PESC Catherine Ashton, pur non esistendo ancora una chiara e definita politica dell’Unione inerente l’Artico, quattro questioni continuano ad essere di primaria importanza: la ricerca inerente i cambiamenti climatici (attualmente finanziata dall’Ue con 20 milioni all’anno e da sostenere in futuro tramite il programma Horizon2020) e lo scioglimento dei ghiacci; la tutela delle popolazioni indigene ancora presenti nell’area attraverso un processo di dialogo e cooperazione; un accordo inerente le operazioni di soccorso (search and rescue); la promozione di un sostenibile sfruttamento delle risorse presenti nell’area. Riguardo l’ultimo punto, particolarmente interessante potrebbe essere la pianificazione di una normativa europea, riguardante le imprese nel settore delle estrazioni minerarie, che imponga vincoli ambientali e qualitativi per le operazioni di ricerca e trivellamento. Nonostante i buoni propositi e le buone parole spese in merito all’argomento, rimane ancora dubbia la possibilità che l’Unione diventi un attore risolutivo nel panorama artico, soprattutto alla luce del fatto che la sua candidatura come membro osservatore del Consiglio Artico sia in sospeso dal 2009, e che un’ulteriore votazione sull’argomento sia prevista dallo stesso Consiglio solo nel mese di giugno.

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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