martedì , 20 febbraio 2018
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L’Unione Europea negli occhi dell’Africa

di Alice Condello

Articolo tratto dal Mensile n. 1 di Aprile 2013, “L’Unione Europea e la nuova corsa all’Africa” (pp. 27-29)

Nonostante i suoi evidenti limiti nel definire, e ancor di più nell’attuare, una politica estera comune, l’Unione Europea (UE) è ancora considerata un attore molto rilevante sul palcoscenico internazionale. In particolare, negli anni, la letteratura ha manifestato un certo interesse verso il ruolo internazionale dell’UE, interrogandosi sull’identità politica europea come potenza “diversa” dagli altri attori internazionali.

A partire dalla riscoperta del concetto di «potenza civile» introdotto da François Duchêne (1973), grazie al lavoro di Mario Telò (2004) e non solo, diverse sono state le “etichette” coniate dalla letteratura per spiegare la natura ibrida e in divenire dell’UE, tra cui: «potenza normativa», «politica estera strutturale», «forza gentile», «potenza etica». Tuttavia, questa letteratura auto-rappresentativa che ha posto l’accento sulla “peculiarità” del soggetto istituzionale UE e del suo modo di fare politica estera, prediligendo gli strumenti economici e diplomatici a quelli coercitivi, ha trascurato la reale percezione esterna da parte dei Paesi terzi.

Nell’intento di ovviare a questa carenza, sarà adottata la prospettiva africana per definire i contorni dell’immagine che l’UE proietta di sé stessa nelle relazioni con l’Africa. Dal passato coloniale all’attuale forma di cooperazione definita dagli Accordi di Partenariato Economico (Economic Partnership Agreements, EPA), le relazioni tra Europa e Africa hanno sempre evidenziato una marcata impronta europea sullo sviluppo dei Paesi africani. Per questo, sarà tanto più utile analizzare la visione effettiva che questi ultimi hanno del loro partner europeo.

Un’analisi delle relazioni tra UE e Paesi africani non può prescindere dal retroscena storico. Nello specifico, il passato coloniale e la barbara spartizione dell’Africa, che ha sancito formalmente il dominio delle potenze europee sul continente africano con la Conferenza di Berlino (1884-1885), hanno condizionato i rapporti interregionali tra le parti. Come ha osservato Whiteman, i legami storici europei con il continente nero poggiano essenzialmente su «radici violente». Come conseguenza di questo retaggio storico, i Paesi africani hanno introiettato il rapporto di dipendenza e subordinazione nei confronti delle potenze ex-colonialiste, che incide fortemente sulla loro percezione dell’UE.

Dal canto suo, l’UE, con il suo complesso sistema di policy-making e i meccanismi decisionali sovente bloccati in ambito di politica estera, ha senza dubbio contribuito a proiettare un’immagine di sé confusa e frammentata. Più che altro, se i retaggi storici della dominazione coloniale influiscono ancora oggi sulla percezione africana dell’UE, un grande margine di responsabilità va attribuito proprio alle politiche e al modo di operare di quest’ultima in Africa, che rievocano alla memoria dei Paesi africani quell’atteggiamento tipicamente paternalistico del “colonialista”.

Questa immagine inequivocabilmente negativa si scontra con la retorica ufficiale, impegnata a descrivere l’UE come un “equo partner solidale” che agisce a vantaggio dei Paesi più deboli. Nello specifico, la forma di cooperazione introdotta attraverso gli Accordi di Cotonou (2000) con i Paesi ACP, che ha istituito i già menzionati EPA, sembra ritrarre l’UE come un attore molto più incline a tutelare i propri interessi, anziché agire a beneficio dei Paesi poveri. Infatti, in detti accordi, l’UE ha proposto una ricetta economica neoliberale, basata sull’idea della liberalizzazione reciproca dei commerci, che chiaramente non è stata accolta con grande entusiasmo da parte dei Paesi africani.

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