giovedì , 16 agosto 2018
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Minsk: gli spiragli in vista di un nuovo incontro

La stretta di mano fra il Presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Petro Poroshenko nella giornata del 26 agosto sembrava avere ravvivato la possibilità di una soluzione alla crisi ucraina. Nelle nuove negoziazioni tenutesi lunedì nella capitale bielorussa, Minsk, i buoni propositi auspicati dalle diplomazie europee sono stati però rimessi in discussione dall’intransigenza delle parti in causa, restie all’abbandono delle rispettive posizioni in cerca di un’alternativa alla guerra. Mosca ha continuato a sostenere la necessità di un cessate il fuoco immediato e incondizionato da parte delle forze di Kiev, seguito da un possibile piano federale per l’Ucraina, con un diverso grado di autonomia per territori attualmente occupati dai ribelli.

Sempre secondo il Cremlino, il supporto ai rivoltosi di Donetsk – ma non il coinvolgimento attivo nei combattimenti, ulteriormente smentito – sarebbe stato dettato dall’intransigenza di Kiev nel rispettare le regole dello ius in bello e il principio di autodeterminazione dei popoli fortemente sentito da Mosca. Di rimando, la presidenza Poroshenko ha continuato a sostenere fortemente l’illegalità di una così “aperta” aggressione – o full-scale invasion come definita dal Ministro della Difesa Heletey – da parte delle forze armate di Mosca, comprovata dalle numerose immagini di militari russi prigionieri e di carri armati di fabbricazione russa.

Una fragile apertura, ancora aleatoria e priva di concrete misure implementabili, sembrerebbe essere stata raggiunta nel pomeriggio di mercoledì, nel quale i due Presidenti avrebbero in linea di principio concordato per un cessate il fuoco permanente. L’impossibilità di un abbandono delle rispettive roccaforti negoziali è stato dettato da un continuo oscillare delle posizioni sul campo, caratterizzate nelle ultime settimane da un rapido cambiamento e capovolgimento di fronti. La situazione è rimasta abbastanza bilanciata, soprattutto se si guarda al conflitto ancora in corso nell’insieme.

Gli scorsi mesi sono stati caratterizzati da un progressivo avanzamento delle truppe governative, supportate in termini di risorse dai Paesi europei e dalle nazioni aderenti alla NATO. A questo coinvolgimento, accompagnato dal punto di vista politico da una serie di sanzioni economiche, ha fatto seguito un probabile sconfinamento di Mosca volto a sopperire alla carenza di approvvigionamenti nell’area di Donbass, ed alle scarse capacità tattiche dei rivoltosi. Le unità russe, già da parecchie settimane in pieno assetto da combattimento e dislocate nei punti nevralgici a ridosso del confine russo-ucraino, sembrerebbero aver preso parte attiva nelle ostilità, capovolgendo immediatamente la situazione sul campo.

L’abbandono volontario da parte delle forze governative ucraine di posizioni difensive nei pressi dell’aeroporto di Luhansk rappresenta una presa di coscienza da parte di Kiev della superiorità delle forze avversarie. I nuovi rifornimenti e le unità aggregate alla componente ribelle, per lo più carri armati e pezzi di artiglieria campale, hanno costretto l’esercito ucraino ad una ritirata strategica coadiuvata da un rinsaldamento di alcune posizioni difensive. Tale cambiamento strategico, confermato lunedì dal Ministro della Difesa ucraino, sembrerebbe l’annuncio di una forzata accettazione (almeno sul terreno) della necessità di abbandonare le aree separatiste e dell’impossibilità di riconquistarle.

È probabile che l’avanzata dei ribelli, e dei circa mille militari russi che si ritiene siano presenti in territorio ucraino, abbandoni la direttrice principale est-ovest per una discesa verso sud, consolidando le posizioni già conquistate e assicurandosi per il futuro il controllo di un corridoio che colleghi Luhansk alla penisola di Crimea. Lo scontro principale potrebbe aver luogo nell’area limitrofa alla città di Mariupol, già ripetutamente oggetto di assedio da parte delle forze ribelli, nonché centro nevralgico per i collegamenti con la Crimea.

Sviluppi che comunque saranno dipendenti anche dalle decisioni dei Paesi NATO, che si riuniscono oggi per un summit in Galles, nonché da un eventuale e concreto accordo fra i due belligeranti. Le strade per una soluzione negoziata sembrano essere ancora aperte, malgrado il polarizzarsi delle posizioni di alcuni attori, anche non direttamente coinvolti (NATO in primis) possano ancora inficiare la fragile intesa raggiunta.

Photo © European External Action Service, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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