martedì , 21 agosto 2018
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Moldavia, dove il silenzio fa rumore. Quale futuro dopo Euromaidan?

Lunedì scorso 17 febbraio, mentre il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea si discuteva delle possibili sanzioni contro il governo ucraino e a Kiev si contavano i primi morti, Igor Corman, Presidente del Parlamento moldavo, presentava al Comitato parlamentare di Cooperazione EU-Moldavia una relazione sullo stato dei rapporti fra Chisinau e Bruxelles.

A circa tre mesi dal fallimentare summit di Vilnius durante il quale il Presidente ucraino Yanukovich rifiutò la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE innescando la crisi, la Moldavia, superstite insieme alla Georgia del naufragio dell’Eastern Partnership, mette l’accento sulle riforme avviate per la modernizzazione del Paese ed i risultati raggiunti in settori strategici quali il controllo delle frontiere, la sicurezza e i diritti umani. Ribadendo la volontà di Chisinau di proseguire sulla strada dell’integrazione, Igor Corman chiede che gli Stati Membri adottino prima possibile la decisione finale relativa all’abolizione dei visti d’ingresso per i cittadini moldavi. Non manca un richiamo alla Transnistria ed ai benefici che la libera circolazione apporterebbe a questa regione a maggioranza russa, principale ostacolo alla stabilità del Paese.

Nessuna allusione, quindi, alla situazione ucraina. Un silenzio che si aggiunge a quello delle autorità moldave e fortemente condannato dagli attivisti. Mentre la società civile si schiera con i manifestanti filo-europei, le autorità moldave attendono e osservano. Ion Stavila, ambasciatore a Kiev, intervistato da Radio Europa Libera, non si sbilancia e auspica una soluzione pacifica non mediata da attori esterni, la cui assistenza finanziaria sarebbe invece necessaria per sostenere la fragile economia ucraina. Retorica diplomatica, perché è un dato di fatto che dalla soluzione della crisi dipenda il futuro della Moldavia.

La prima reazione del Cremlino alla scelta europea di Chisinau non si era fatta attendere: immediato il blocco dell’importazione di vini moldavi, immancabili le minacce di una chiusura del mercato del lavoro, già concretizzatesi con il rimpatrio di 21.500 lavoratori e l’inclusione di 288.000 moldavi nella lista dei cittadini “a rischio”. Senza il supporto della vicina Ucraina, la difesa dalle intimidazioni russe diventerebbe difficile, tanto sul versante esterno (la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea) quanto su quello interno (la soluzione del conflitto congelato transnistriano).

Timide le rassicurazioni europee, ad eccezione di quelle del primo ministro rumeno Victor Ponta, mentre l’Ambasciatore statunitense a Chisinau William Moser esprimeva ieri alla televisione pubblica la speranza che la degenerazione a Kiev non interrompa il percorso “coraggioso” intrapreso dalla Moldavia e che i cittadini intensifichino il dialogo con i rappresentanti politici sul futuro del Paese.

Nel frattempo, crea preoccupazione la possibilità di un’ondata di profughi dall’Ucraina lungo gli oltre 1200 km di frontiera comune, 450 dei quali si trovano in Transnistria.  Secondo Victor Chirila, direttore del principale think tank moldavo, le autorità dovrebbero avviare colloqui informali con l’Unione Europea, il Commissario ONU per i rifugiati e le organizzazioni non governative presenti nelle regioni di frontiera, anche in caso di un accordo con l’opposizione. “Il conflitto esisterà ancora. Le tregue sono già state annunciate in passato, ma il ricorso ad ulteriore violenza non è da escludere”.

Considerato il silenzio di Chisinau, è ipotizzabile che la firma definitiva dell’impegno assunto a Vilnius dovrà attendere una stabilizzazione nella vicina Ucraina. L’abolizione dei visti d’ingresso potrebbe rivelarsi un segnale importante da parte dell’UE ed uno strumento ancor più fondamentale di quanto dichiarato da Igor Corman a Bruxelles per evitare un cambio di rotta.

Nell’immagine, monumento di benvenuto a Chisinau (© Guttorm Flatabø, www.flickr.com).

L' Autore - Federica Zardo

Dottoranda in Scienza Politica e Relazioni Internazionali all'Università di Torino. Dopo la laurea in Studi Europei all'Institut d'Etudes Politiques di Bordeaux e all'Università di Torino ho lavorato a Bruxelles alla Rappresentanza Italiana in Consiglio Europeo e per 5 anni come consulente in progettazione europea e valutazione a Torino. Recentemente ho collaborato con il Servizio Europeo per le Relazioni Esterne (EEAS) alla Delegazione di Tunisi. Mi occupo di politica di vicinato, politica di coesione e fondi europei

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