domenica , 25 febbraio 2018
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Accordo sul nucleare iraniano: proroga o stallo?

“La nostra causa non è collegata con [il numero delle] centrifughe; è connessa con il nostro cuore e la nostra forza di volontà”. Con queste parole il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rouhani ha commentato nella giornata di domenica durante una conferenza economica a Teheran le incalzanti domande inerenti ai negoziati sul nucleare iraniano.

Lo scorso 24 novembre si sono conclusi i termini per il raggiungimento di un comune e condiviso accordo sulle dimensioni e sulle finalità del programma nucleare di Teheran. I limitati benché numerosi risultati raggiunti a partire dal 20 gennaio – data dell’entrata in vigore del Joint Plan of Action (JPA) firmato il 24 novembre 2013 – non sono stati sufficienti a raggiungere un accordo minimo di base sul quale proseguire le negoziazioni. Alcune incomprensioni politiche, una crescente sfiducia reciproca sulle finalità del programma e questioni più tecniche quali il numero delle centrifughe e il grado di arricchimento del combustibile per i reattori sembrerebbero avere ostacolato gli auspicati passi in avanti. Per quanto non si sia raggiunto alcun accordo, sia le autorità iraniane che i delegati del gruppo E3+3 (Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti), guidati dall’ex Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Catherine Ashton, hanno espresso la volontà di estendere il JPA fino al 30 giugno 2015.

Nonostante questo rinnovo, le clausole alla base del JPA rimangono le stesse. L’Iran continuerà nella sospensione dei processi di arricchimento dell’uranio al di sopra del 5%, la riduzione-diluizione significativa di quello arricchito al 20%, il congelamento del numero delle centrifughe esistenti (nonché delle attività nello stabilimento di Arak) e l’apertura verso approfondite investigazioni da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Dal canto loro, Unione Europea e Stati Uniti (quest’ultimi in maniera minore come dimostrato dalle recenti sanzioni imposte ad alcuni membri del governo di Teheran) continueranno a non applicare alcune sanzioni in settori strategici, petrolchimico e metalli preziosi in primis.

Come le clausole, anche la principale questione alla base dello stallo rimane pressoché invariata. Il numero delle centrifughe, direttamente connesso con il numero di mesi necessari per il cosiddetto breakout – riconversione degli impianti e produzione di uranio sufficientemente arricchito per un’arma atomica – rimane alla base dell’attuale stallo. L’Iran disporrebbe di circa 18.000 centrifughe di cui solo 8.000 a pieno regime, un quantitativo tale da garantire secondo stime un breakout di soli 2 mesi contro quello di 10 richiesto dagli Stati Uniti. Proprio Washington sembrerebbe fare pressioni, secondo indiscrezioni, per un limite massimo delle centrifughe installate fra le 4.500 e le 6.000, numeri più volte rifiutati dai dall’amministrazione Rouhani.

Un’altra questione, questa volta secondaria, rimane vincolata alle investigazioni approfondite avviate dall’AIEA nel novembre 2013 con la firma di Teheran del Framework of Cooperation. Attraverso questo protocollo d’intesa, l’AIEA si riserva la possibilità di investigare questioni passate e sviluppi futuri riguardanti le reali finalità del programma nucleare iraniano, vagliandone approfonditamente gli usi, le sperimentazioni e la possibile dimensione militare. Le recenti scoperte e indiscrezioni sulle sperimentazioni iraniane nel settore missilistico e sulle metodologie d’innesco di un ordigno nucleare incrementano le tensioni e la sfiducia da parte delle delegazioni occidentali.

Un report definitivo su queste incognite potrebbe richiedere fino a 13 mesi, tempo di gran lunga superiore a quello previsto dal rinnovo del JPA, in scadenza a fine giugno 2015. L’incongruenza fra le due date e l’impossibilità di un accordo sulle linee del JPA senza che l’AIEA confermi le finalità pacifiche del programma nucleare rimangono la causa principale di un mancato superamento dell’impasse.

Nemmeno la nomina di Federica Mogherini come nuovo Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione sembrerebbe aver portato una ventata di aria fresca sull’ormai più che decennale stallo. La positiva finestra temporale che ha visto due amministrazioni, quella Obama e quella Rouhani, aprirsi ad un serio confronto si sta lentamente chiudendo riportando sul tavolo delle alternative la minaccia, più che altro israeliana, di un tentativo di first strike.

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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