domenica , 25 febbraio 2018
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Piazza Taksim, le relazioni tra UE e Turchia ad un bivio

Dopo quasi due settimane di violenti scontri che interessano l’intera Turchia, un senso di attesa inquieta e di calma irreale ha preso il sopravvento a Istanbul. Dopo aver lanciato un ultimatum ai manifestanti, il premier Erdogan ha finalmente accettato di incontrare alcuni membri di uno dei gruppi-chiave del movimento di protesta. Nel corso dell’incontro, il premier ha ribadito l’intenzione di indire un referendum a Istanbul sulle sorti di Gezi Parki. Un portavoce del gruppo che maggiormente raccoglie le istanze dei manifestanti, Taksim Solidarity, ha definito l’incontro «positivo.» Il primo vero gesto di apertura da parte del governo turco era stato preceduto, nei giorni scorsi, dalla scelta di toni particolarmente duri da parte dello stesso premier Erdogan, che aveva condannato le proteste etichettando i manifestanti come «sciacalli» e «estremisti».

La proposta di indire un referendum sul futuro di Gezi Parki cade proprio nel giorno in cui sia Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, sia Štefan Füle, Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato, sono stati invitati dal Parlamento Europeo (riunito in seduta plenaria a Strasburgo) a pronunciarsi in merito all’evolversi della situazione in Turchia. Poco prima che venisse adottata, la risoluzione non vincolante del PE è stata tuttavia respinta dal premier turco Erdogan. Nel suo discorso, la Ashton ha reiterato la sua condanna nei confronti dell’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine e ha posto l’accento sul rischio che l’attuale ondata di proteste antigovernative possa causare una frattura profonda all’interno dell’opinione pubblica turca. Per usare le sue stese parole, «la risposta è il coinvolgimento, non l’antagonismo». Catherine Ashton ha inoltre ribadito davanti all’assemblea che, in un momento così decisivo per la democrazia turca, Bruxelles ha il dovere di avvicinarsi ad Ankara, non di allontanarsi.

Anche il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ha messo in chiaro che «Piazza Taksim non è Piazza Tahrir» e ha spiegato che, per capire ciò che sta accadendo oggi in Turchia, è urgente che l’Europa faccia un rigoroso «esame di coscienza». In questo senso, può essere letto come un segno incoraggiante il fatto che, il mese prossimo, dovrebbe essere aperto un nuovo capitolo dei negoziati di adesione della Turchia all’acquis communautaire: il capitolo 22 sulle politiche regionali e il coordinamento degli strumenti strutturali. La decisione appare ancora più significativa se si considera che era da tre anni che non veniva aperto un nuovo capitolo dei negoziati di adesione con la Turchia. Anche il Commissario Füle, davanti al PE in seduta plenaria, ha sottolineato che si tratta di un momento cruciale per il futuro delle relazioni tra Bruxelles e Ankara, spingendosi addirittura ad affermare che i tempi sono maturi affinché i Ventisette superino le loro resistenze e aprano i negoziati anche sui capitoli 23 e 24 – ovvero quelli relativi al sistema giudiziario e ai diritti fondamentali (23) e a giustizia, libertà e sicurezza (24) – il prima possibile.

L’apertura del Commissario Füle risulta ancor più sorprendente, se calata nello specifico contesto turco: la Turchia è infatti ancora classificata da Freedom House come «partly free», con un punteggio di 3,5 in una scala da 1 a 7 (dove il valore 1 segnala l’esistenza di una democrazia matura). A pesare sul punteggio finale è soprattutto la presenza di impedimenti legali alla libertà di stampa. In particolare, la legge antiterrorismo promossa dal governo Erdogan nel 2006 – e parzialmente modificata nel 2012 – ha introdotto il carcere per i giornalisti. In un rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ) pubblicato alla fine dello scorso anno, il primato per numero di giornalisti incarcerati spetta proprio ad Ankara: i reporter arrestati – per lo più con accuse di terrorismo filo-curdo – sono infatti 49. E’ chiaro che, per essere credibile, il percorso di riavvicinamento UE-Turchia non può prescindere da questi dati. I segni di apertura mostrati dalla Ashton e da Füle sono più che incoraggianti, ma sono destinati a trasformarsi in parole al vento a meno che i Ventisette non si convincano che il momento per far fare un salto di qualità alle relazioni Bruxelles-Ankara è adesso o mai più.

In foto: Catherine Ashton riferisce al Parlamento Europeo sulla situazione in Turchia (Foto: European Parliament)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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