venerdì , 17 agosto 2018
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Putin, la vittoria su un piatto d’argento

Settembre 2013, la situazione legata all’uso di armi chimiche in Siria sembra senza via d’uscita. L’Occidente (Stati Uniti, Regno Unito e Francia) accusa Assad di aver usato il sarin contro i ribelli nei sobborghi di Damasco e minaccia l’intervento armato. Assad risponde accusando proprio i ribelli. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è ingessato dal no di Cina e Russia ad autorizzare un intervento armato contro Assad. Quando all’orizzonte sembrano prospettarsi scenari ancor più foschi per la già tormentata Siria, arriva sul tavolo la proposta di Putin: armi chimiche e smaltimento sotto controllo internazionale.

È una piccola svolta nel ruolo di Putin e della Russia sullo scacchiere internazionale. Da baluardo arroccato dietro il veto e l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU al ruolo propositivo, dalla strenua difesa di posizioni di parte al tentativo di proporre soluzioni (in apparenza) super partes. Putin non ha risolto la crisi siriana, ha formulato però una proposta che ad un osservatore esterno appare così: semplice e condivisibile. E ad un anno di distanza anche la stampa americana si chiede: “Syria: was Putin right?”. Putin aveva ragione?

Settembre 2014, in Ucraina l’Occidente e la Russia sembrano giunti al muro contro muro. Poche settimane prima, nell’est del Paese è stato abbattuto un MH17 malese, 298 innocenti morti. Gli indici sono puntati sui ribelli filorussi (esecutori) e su Mosca (provenienza del missile). La controffensiva filorussa ha poi raggiunto Mariupol e sono numerose le accuse di sconfinamento e partecipazione diretta di truppe di Mosca ai combattimenti.

Stati Uniti e UE minacciano ulteriori sanzioni, c’è chi auspica addirittura un intervento della NATO. Putin è dipinto da più parti come un folle che rischia di portare il mondo alla terza guerra mondiale. Lo “Zar” invece, tira nuovamente fuori il coniglio dal cilindro. Teatralmente, al termine di un viaggio in treno verso Ulan Bator, illustra ai giornalisti i suoi 7 punti per la tregua in Ucraina, scritti a penna durante il viaggio. Un po’ come dire “Ci voleva tanto?”. I 7 punti diventano la base per l’accordo di Minsk e per la vittoria politica di Putin.

Più che dalla follia, i suoi comportamenti sono dettati da un lucido calcolo politico. Putin ottiene dalla crisi ucraina ciò che voleva: frenarne l’avvicinamento alla NATO ed all’UE. Dopo Minsk, le alternative per il Paese rimangono infatti due: federalizzazione o conflitto congelato. Due opzioni che salvaguarderanno l’integrità territoriale del Paese, ma che ne limiteranno la libertà in politica estera. Non solo, come dalla questione delle armi chimiche in Siria, Putin ne esce da risolutore, ne guadagna anche in prestigio. Elemento non da poco. Il prestigio internazionale, la politica estera muscolare, il ruolo della Russia da contrappeso rispetto all’ingerenza statunitense, che già fu dell’URSS, sono elementi con con cui Putin, vista anche la non brillante situazione economica interna, costruisce il consenso interno. Nei recenti sondaggi in Russia crolla il consenso verso il governo, rimane invece intatto quello per lo “Zar”.

In questo gioco Stati Uniti e UE sono stati un perfetto sparring partner. Da una parte gli Stati Uniti, i loro errori e la loro scarsa voglia di intervenire con decisione, sia in Siria che in Ucraina. Dall’altra l’UE e l’incapacità di prendere iniziative (continuo accodarsi alle scelte USA). L’arma delle sanzioni si rivela presto un boomerang, capace di sfaldare lo stesso fronte interno, preoccupato per le conseguenze sulle economie UE (che le hanno rese altamente impopolari) e dubbioso circa l’efficacia. Il peccato originale dell’azione esterna UE è poi sempre lo stesso. Decisa e aggressiva finché a costo zero, ingessata dall’unanimità non appena all’orizzonte appaiono potenziali danni per uno dei 28. E i potenziali danni, quando hai di fronte il principale fornitore di gas di Italia e Germania ( e molti altri Paesi UE) non mancano di sicuro.

A tutto ciò si aggiunge un errore di valutazione commesso in Ucraina: il sostegno incondizionato al movimento nato a piazza Nezaležnosti, sottovalutando (o negando) i rischi legati alle idee estreme. Un errore reiterato che l’ha spinta a sostenere prima il “pieno diritto” di Kiev ad usare la forza contro l’est (malgrado le forze regolari fossero aiutate da milizie), poi l’ostracismo della stessa Kiev verso tavoli cui fossero seduti anche i ribelli (meglio l’assurda idea del muro di Yatseniuk?).

Un errore retorico divenuto prigione, che ne ha annullato il soft power, compromettendone l’aurea da super partes che le sarebbe dovuta spettare in nome di potenza civile garante, nel suo vicinato, della pace e dei diritti. Al tavolo che l’UE doveva proporre ed imporre fin dall’inizio si è arrivati troppo tardi. Ed a condurlo si è seduto chi super partes non è. Ha annesso la Crimea in barba alle leggi internazionali, ha ingessato l’Ucraina e ora raccoglie pure gli applausi. Se non è uno scacco matto, poco ci manca.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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