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Quando il silenzio spiega più delle parole: G20 di San Pietroburgo

Il 5 e il 6 settembre si è svolto il G20 a San Pietroburgo, la riunione tra i 19 Paesi più industrializzati con l’aggiunta dell’Unione Europea, rappresentata dal Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Europeo Van Rompuy. Questo G20 più degli altri si preannunciava molto teso e in molti speravano che, dopo questo ciclo d’incontri, si sarebbe potuto vedere più chiaro su cosa sarebbe accaduto in Siria. I fatti hanno confermato la tensione che ha regnato per 48 ore a San Pietroburgo, ma per quanto riguarda i risultati concreti si deve ancora aspettare. I tradizionali comunicati ufficiali si limitano a frasi di circostanza sull’emergenza siriana, eliminando sapientemente ogni riferimento a eventuali interventi militari. Proprio questo fatto fa pensare che durante il summit la tensione sia stata talmente alta da impedire ai leader di raggiungere una posizione politica condivisa.

Qualche informazione in più si può avere dalle conferenze stampa di Vladimir Putin e Barack Obama. Il primo ha ribadito a gran voce la totale non convergenza con gli eventuali piani di  Obama, il quale sembra orientato a un intervento militare. Il Presidente russo sostiene l’impensabilità di un intervento militare di qualunque tipologia, anche solo aereo. Putin, oltre a difendere la posizione politica russa, sostiene che un intervento contro un governo preparato militarmente, ai confini con la Turchia e appoggiato da Hezbollah è assolutamente imprevedibile. Se le conseguenze di un intervento in Libia potevano essere pericolose, e si sono concretizzate nella diffusione dell’arsenale di Gheddafi lungo tutto il Sahel, le conseguenze di un intervento in Siria non sono quantificabili.

Il secondo, invece, ha ribadito la necessità d’intervenire per “punire” il Presidente siriano, poiché responsabile dell’uso delle armi chimiche. Nonostante non siano ancora arrivati i resoconti dei funzionari delle Nazioni Unite, il Presidente americano ha nuovamente ripetuto che le analisi dei propri servizi segreti sono chiare a riguardo: Assad ha utilizzato le armi chimiche, violando il diritto internazionale. Inoltre, è stato rilasciato un comunicato congiunto da parte di 11 Paesi: Australia, Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Spagna, Turchia, Gran Bretagna e ovviamente Stati Uniti, in cui si dice di essere collegialmente favorevoli ad una “forte risposta internazionale”. Questo comunicato è, secondo alcuni, la base della nuova “coalition of the willing”, cioè una coalizione dei volenterosi che  intervenga per fermare il Presidente siriano, senza attendere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Tuttavia, i “giri di valzer” della politica estera di alcuni Paesi che hanno firmato il comunicato rendono l’analisi molto complessa e di difficile codificazione. Stiamo parlando di tre membri dell’Unione Europea, i quali in assenza di una posizione comune a livello europeo stanno confondendo non poco la comunità internazionale. Prima di tutto l’Italia, la quale fino a pochi giorni fa rendeva noto – attraverso il Ministro degli Esteri Emma Bonino – la totale impossibilità di un intervento militare senza copertura ONU. Non solo, anche in presenza di tale copertura, la partecipazione italiana alla coalizione non era assicurata. Il salto da questa posizione decisa e chiara al comunicato congiunto del G20 è ancora da chiarire.

Poi la Francia, inizialmente posizionata dalla parte degli interventisti. Tuttavia, il Presidente Hollande, su pressione dell’opposizione, non ha escluso una votazione parlamentare sull’eventuale intervento militare. C’è da dire però che la Costituzione francese darebbe al Presidente tutti gli strumenti necessari per intervenire anche prima di un’eventuale votazione parlamentare. Infine la Gran Bretagna: alleato storico degli Stati Uniti, dopo un iniziale appoggio alla coalizione si è gradualmente allontanato dal polo dei volenterosi. Anche nel caso inglese le procedure parlamentari hanno difeso il Primo Ministro Cameron da un intervento che si sarebbe rivelato disastroso da un punto di vista elettorale.

In conclusione, la situazione è notevolmente confusa e senza posizioni ben definite. Forse la votazione del Congresso – di cui si attende la data ufficiale, probabilmente successiva all’11 settembre – farà un po’ di chiarezza, ma nel frattempo un intervento militare appare sempre più un salto nel buio.

In foto: foto di gruppo al G20 di San Pietroburgo. Ai margini, i rappresentanti dell’UE Van Rompuy e Barroso (Foto. Council of the European Union) 

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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