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Il cambio in una stazione della metropolitana di Mosca, in tempi più tranquilli © Mikhail (Vokabre) Shcherbakov - www.flickr.com, 2010

Russia, rublo in picchiata. Putin con le armi spuntate?

La Russia è nel pieno di una crisi valutaria. Mosca si trova ad affrontare gli spettri del 1998, quando un attacco speculativo contro il rublo portò il Paese al default. Oggi, molto è cambiato, ma Vladimir Putin, che salì al potere proprio sulle ceneri di quel disastro, ha meno strumenti per contrastare la crisi di quanto non si pensasse un anno fa. Nel frattempo infatti, la Russia è stata tagliata fuori dai circuiti finanziari internazionali dalle sanzioni occidentali e il prezzo del petrolio è sceso come non mai negli ultimi anni.

Dopo che nell’ultimo anno la moneta russa, il rublo, aveva perso circa il 40% del suo valore, nella sola giornata di lunedì è scesa di un ulteriore 10%. Martedì, la Banca Centrale russa ha deciso un intervento straordinario per frenarne la svalutazione: un rialzo dei tassi d’interesse dal 10,5 al 17%. Nonostante questa misura drastica, il rublo ha perso il 20% in un giorno solo, toccando la soglia degli 80 rubli per un dollaro, per poi stabilizzarsi leggermente nelle ore successive. Il Ministero delle Finanze ha annunciato quindi una nuova misura straordinaria, la vendita di 7 miliardi in valuta estera, per sostenere il rublo.

Tuttavia, gli investitori internazionali non si fidano più della Russia e il panico sta prendendo il sopravvento, rischiando di contagiare anche altre piazze finanziarie. Il crollo valutario potrebbe portare a una contrazione del PIL del 4,5-5% nel 2015, secondo stime della Banca Centrale. In Russia, davanti ai negozi si allungano le code dei cittadini intimoriti dal crollo del valore delle banconote nei loro portafogli, mentre alcune società occidentali, coma la Apple, hanno chiuso le vendite online. Il timore ora è quello di una corsa alle banche, che già lamentano scarsità di valuta forte con cui scambiare il rublo.

È stata la caduta dei prezzi del petrolio a scatenare la crisi russa: ieri il prezzo di un barile di Brent si aggirava intorno ai 60 dollari, contro i 115 dollari di giugno. L’economia russa non è diversificata, più dei due terzi dell’export russo provengono dal settore energetico, grazie alle esportazioni di petrolio e gas: negli anni passati, le imprese di Stato russe premevano sui clienti esteri affinché il prezzo del gas fosse legato a quello del petrolio, allora particolarmente forte. Ora questa strategia si sta ritorcendo contro i giganti russi: Rosneft ha chiesto al governo un salvataggio da 44 miliardi di dollari.

Il rublo ha seguito nel corso del 2014 l’andamento dei prezzi del petrolio, svalutandosi. Ma il crollo degli ultimi giorni mette a rischio la stabilità della Russia nel suo complesso. E lo fa nel momento sbagliato, quando le sanzioni occidentali hanno reso particolarmente difficile per le imprese russe finanziarsi in valuta forte sui mercati. Sebbene il debito pubblico russo sia basso (57 miliardi di dollari), il debito estero è molto più grande: si stima si aggiri intorno ai 500 miliardi, di cui 130 da ripagare entro la fine del 2015. Tagliate fuori dai mercati finanziari e con in mano una moneta, il rublo, sempre più debole con cui ripagare debiti in dollari, molte imprese rischiano il tracollo, mettendo in ginocchio la finanza russa e con gravi ripercussioni sull’economia reale. Si pensi ad esempio alle conseguenze su Rosneft, una compagnia che impiega 160.000 persone ed è detenuta al 70% dallo Stato.

Anche le casse statali soffriranno: la bozza di bilancio presentata più di un mese fa prevede un prezzo del petrolio  a 100 dollari al barile. Con il Brent così al di sotto di questa soglia, sarà sempre più difficile per Putin continuare a spendere come negli ultimi anni, quando la spesa militare è aumentata del 30% rispetto al 2008 e i salari nelle aziende pubbliche sono cresciuti senza che ci fossero miglioramenti dell’efficienza, soprattutto nel settore energetico.

Rispetto al 1998, la Russia ha però maggiori riserve in valuta straniera: nell’ultimo anno ne sarebbero stati utilizzati 100 miliardi in dollari, ma ne rimarrebbero almeno altri 370 miliardi. Non tutti utilizzabili però: molti infatti sono già stati investiti in progetti infrastrutturali e nella ristrutturazione dei prestiti ad alcune imprese costruttrici in occasione delle Olimpiadi di Sochi.

La crisi russa intanto inizia a preoccupare molti anche in Europa: la Germania ad esempio potrebbe scegliere una strada più accomodante con Mosca. D’altronde, come ha ricordato Putin pochi mesi fa, 300.000 posti di lavoro tedeschi dipendono dal commercio con la Russia.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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