martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Dmitry Terekhov, 2009, www.flickr.com

Russia in Siria: a difesa del “Re” Assad

Per quanto la Russia fosse già sensibilmente coinvolta nel supportare le forze del Presidente Bashar Al-Assad, in pochi si sarebbero aspettati un rapido dispiegamento di unità militari al di fuori di quelle presenti a fini difensivi nei pressi di Tartus e Latakia. Di rilevante interesse strategico, in quanto unico approdo russo sul Mediterraneo, la base navale di Tartus non era mai stata oggetto di rafforzamenti negli ultimi anni, tantomeno era stata presa di mira dai gruppi d’opposizione. Più che una ponderata scelta, tale consistente dispiegamento in Siria rappresenta una forzatura, dettata dal cambiamento delle dinamiche interne al Paese

Il nuovo scenario

Lo scacchiere interno è drasticamente cambiato durante gli ultimi mesi. Da maggio, Hezbollah è impegnato in una vera e propria offensiva militare in supporto alla forze di Assad  e al di fuori dei confini libanesi, nella regione montuosa del Qalamoun. Non da meno, le variegate forze di opposizione premono da nord verso sud, a seguito dell’intervento turco contro le forze curde, minacciando l’area costiera ancora contesa tra Assad e i ribelli. Il centro e l’area più orientale rimangono pero’ saldamente in mano alle forze del cosiddetto Stato Islamico, nonostante gli sforzi della coalizione internazionale e dei curdi-iracheni. I successi di quest’ultimi, o l’intensificarsi della presenza occidentale in Iraq, sembrerebbero aver ridiretto gli sforzi del truppe del califfo Al-Baghdadi verso la Siria, aumentando la pressione sulle aree in mano ad Assad e su quelle contese sulla fascia costiera.

Le forze dell’esercito siriano, da più di 4 anni impegnate nel conflitto, incominciano a risentire delle perdite sostenute. Una buona parte dei rifugiati che tentano l’approdo verso le coste europee o la via terrestre attraverso Turchia-Grecia e i Balcani (per l’80% uomini) sembrerebbero provenire dalle zone in mano alle forze governative, sottraendo possibili rimpiazzi alle stremate forze alawite.

L’ “arrocco” russo a favore di Assad

Come in una delle mosse degli scacchi, in cui la torre muove a difesa del re ed entra nel pieno della partita, così la Russia si trova costretta, per mantenere aperto il gioco e fare pressione sugli avversari, a scendere in capo ed alleggerire il “re” Assad dall’eccessiva pressione. Tartus e Latakia non possono essere perse anche a costo di una “controllata” escalation della crisi.

Proprio questa escalation sembrerebbe aver portato nelle ultime due settimane ad un continuo confluire nell’aeroporto nei pressi di Latakia di militari e velivoli appartenenti alle forze armate russe. Dalle immagini satellitari diffuse dall’intelligence statunitense, sembrerebbe che almeno 12 SU-24, 12 SU-25 e 4 SU-30 si trovino presso le strutture dell’aeroporto. Inoltre, proprio quest’ultimo sembrerebbe essere oggetto di lavori di allargamento volti ad ospitare circa 500 uomini, mezzi cingolati – 4 carri T-90 e 17 veicoli per il trasporto truppe – e circa una ventina di elicotteri d’attacco Mi-24. A questi si aggiungono droni, uomini delle forze speciali, batterie missilistiche SA-22 a protezione dell’aeroporto e circa 1500 uomini tra personale civile e militare presso la base navale di Tartus.

Il carattere delle forze e il loro primo impiego durante la scorsa settimana dimostrano la volontà di Putin di giocare un ruolo chiave all’interno del conflitto. Le forze dell’ISIS non sono state direttamente fatte oggetto di attacchi da parte dei caccia russi tranne che nella zona nei pressi di Palmira dove le forze di Assad continuano a combattere quelle dell’ISIS. Intensi invece, sono stati i bombardamenti contro le postazioni del Free Syrian Army e Jabhat al-Nusra nelle fascia costiera e nei pressi di Homs e Hama.

Una nuova Siria

Gli obiettivi dei caccia russi, le manovre di Hezbollah oltre il confine siriano e il dispiegamento di forze iraniane in Siria lasciano trapelare una nuova visione strategica diversa da quelli degli ultimi anni. Il fatto che le zone curde e le roccaforte dell’ISIS non siano state toccate sembrerebbero sottolineare la volontà di Teheran, Mosca e Damasco di volere abbandonare la zona orientale della Siria (perlopiù desertica e priva di centri industriali) per consolidare il litorale e le zone centro-occidentali. Molti dubbi permangono sul fatto che possa nascere una nuova Sira, in parte sulle ceneri di quella precedente. Rimane degno di nota il fatto che, dopo 4 anni di immobilismo, una visione di lungo-corso sembrerebbe svilupparsi nelle menti di alcuni attori impegnati nel Paese sin dall’inizio della crisi.

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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