sabato , 24 febbraio 2018
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Sempre più probabile l’intervento in Siria, ma l’Europa è divisa

Nonostante siano passati solo pochi giorni dal Consiglio Affari Esteri riunitosi per definire una posizione comune da adottare nei confronti dell’ Egitto, l’evolvere della situazione internazionale ci restituisce l’immagine di un’Europa ancora una volta divisa, questa volta in merito al possibile intervento militare in Siria. Solo lo scorso 21 agosto i Ministri degli Esteri europei hanno rilasciato, per il tramite del portavoce dell’Alto Rappresentante, un messaggio di preoccupazione nei confronti di Damasco in cui si può leggere che l’utilizzo di armi chimiche nello Stato mediorientale richiede un’inchiesta immediata e approfondita.

La linea europea è stata condivisa anche da Stati Uniti e Arabia Saudita, che hanno richiesto con urgenza una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite. Durante la riunione si è riproposta la divisione tra gli alleati occidentali da una parte, Russia e Cina dall’altra. Gli Stati Uniti, appoggiati da Francia e Gran Bretagna, hanno richiesto un mandato per un intervento militare aereo a tutela della popolazione civile. Il Cremlino ha invece difeso la posizione originaria dichiarando che le immagini che ritraggono migliaia di cadaveri, tra cui molti bambini, possono essere una montatura mediatica.

Non è stato così possibile trovare l’unanimità per lanciare una missione internazionale e, alla luce del veto russo, l’ONU ha richiesto l’invio di ispettori per verificare che effettivamente vi sia stato un utilizzo di gas nervino nel paese. Sebbene autorizzate con colpevole ritardo da Damasco, ora queste ispezioni sembrano essere rifiutate dagli Stati Uniti che non le ritengono più credibili. E a pensarla così ci sono ancora una volta gli alleati occidentali del CdS. A Washington, dunque, si stanno valutando diverse opzioni militari che possano essere legittimate non da un mandato ONU – come prevederebbe la Carta delle Nazioni Unite –, bensì da una larga partecipazione di “volenterosi”. Una coalizione militare che riproporrebbe quanto visto negli ultimi anni: alla guida dell’operazione gli Stati Uniti, a sostegno quanti ritengono necessario l’intervento.

Data la mancanza di un mandato di diritto internazionale, l’intervento in Siria ricalcherebbe in modo particolare quanto già avvenuto in Serbia negli anni Novanta ma, a differenza del teatro balcanico dove si è registrata una comunione di intenti tra le principali “cancellerie” europee, l’Europa di oggi torna a dividersi nel momento in cui dalle posizioni comuni si dovrebbe passare alle azioni comuni. Un’altra differenza con l’intervento occidentale in Serbia, poi, sta nel fatto che esso non è stato osteggiato da alcun paese alleato a Milosevic – ricordiamo a tal proposito che l’URSS era già crollata e le tensioni balcaniche si sono susseguite per motivi etnici nel momento in cui stava affermandosi la pax americana.

Oggi, invece, la congiuntura internazionale è differente. Ripetuti moniti di allarme sono giunti a Washington dai tradizionali alleati del regime siriano e dalla Russia. L’Iran del nuovo presidente Hussan Rohani ha dichiarato che nel caso l’Occidente optasse per una soluzione militare ne conseguirebbe una guerra totale: ciò in sostanza si tradurrebbe con l’ipotesi di un intervento contro lo Stato di Israele. La Russia, invece, ha assunto posizioni più moderate sostenendo, per voce del numero uno del Ministero degli Esteri Sergej Lavrov, che un’operazione militare annullerebbe gli sforzi diplomatici congiunti (russo-americani) per una risoluzione pacifica delle tensioni siriane.

Ad appoggiare la linea di Washington, dall’altra parte, vi sarebbe l’Arabia Saudita e la Turchia che, come dichiarato dall’omologo di Lavrov Ahmet Davutoglu, sosterebbe qualunque intervento internazionale contro Assad anche in mancanza della legittimazione dell’ONU. Sempre a sostegno della soluzione militare, infine, vi sono Gran Bretagna e Francia che sarebbero pronte all’azione nel giro di una settimana. Le posizioni anglo-francesi, quindi, mostrano il volto di un’Europa ancora una volta divisa soprattutto per quanto riguarda la definizione di una linea comune da adottare con Berlino.

La Germania, infatti, si trova in un delicatissimo momento elettorale in cui Angela Merkel, sebbene favorita, ha comunque problemi di coalizione che non garantiscono una sua permanenza alla guida del Paese. Di fronte a tale incertezza, perciò, il governo tedesco non può permettersi di spiegare alla propria opinione pubblica la necessità di questo intervento e, anche se ci provasse, non sarebbero poche le critiche di quei tedeschi che a breve saranno chiamati al voto. Per ora non si esprimono le altre capitali europee, ma certamente vi è la necessità di un’intervento in Siria e le scelte degli Stati membri dovrebbero essere coerenti con l’articolo 21 del Trattato sull’Unione Europea: che i gas siano stati utilizzati o meno, è un mero dettaglio.

In foto: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a New York, vuoto (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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