sabato , 24 febbraio 2018
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Serbia e Kosovo: i Progress Report della Commissione

Belgrado, martedì 14 ottobre: un drone che trasporta una bandiera sorvola uno stadio. La bandiera è quella della “Grande Albania”, l’entità che in alcune idee dovrebbe includere tutti i territori abitati da albanesi. La partita, valida per le qualificazioni agli Europei di calcio 2016, è fra Serbia e Albania. Malgrado si tratti di sport e divertimento, la politica e le tensioni si infiltrano fino a provocarne l’interruzione: la bandiera viene tirata a terra da un giocatore, inizia la violenza. Pochi giorni prima erano stati pubblicati i Progess Report della Commissione su Serbia e Kosovo. All’interno, colpiscono i temi che accomunano i due Paesi. Tra questi, l’irrisolta questione dell’indipendenza kosovara.

Il punto di partenza perché una democrazia possa essere definita effettivamente tale dovrebbe essere la presenza di cittadini informati e quindi di media indipendenti. Entrambi i Paesi sembrano avere un vero e proprio terrore dei giornalisti e di chi propone idee differenti. La relazione dell’UE pone l’accento proprio sulla mancanza di pluralità dei media e sulla trasparenza dei loro finanziamenti. Lo Stato controlla i maggiori mezzi di comunicazione, influenzando fortemente l’informazione e condizionandone la programmazione.

Proprio in questi giorni è scoppiata una protesta da parte di NUNS, la principale associazione dei giornalisti indipendenti serbi, per una presunta ingerenza governativa. Il principale programma di informazione politica serba, Utisak Nedelje, normalmente in onda sul canale TV di B92, è stato soppresso per far posto ad un nuovo programma di intrattenimento. Ciò che non convince è la motivazione di questo cambiamento: questione legata agli ascolti. Utisak Nedelj, però, era il programma più seguito e uno dei pochi in cui gli spettatori potevano assistere a dibattiti e critiche al governo. Sembra quindi difficile credere a questa motivazione. C’è poi da considerare il clima in cui i giornalisti indipendenti svolgono il loro lavoro.

La libertà di espressione è garantita dalla Costituzione serba, eppure spesso viene violata: l’OCSE a maggio si era dichiarata preoccupata per la censura online sempre più praticata dal governo. I siti e i blog più critici sono stati oscurati. Si sono registrati anche atti di intimidazione verso scrittori e giornalisti: il Progress Report lamenta una carenza nelle indagini, questi crimini rimangono spesso impuniti. Inoltre a giugno il giornalista Dragan Nikolic era stato arrestato dopo aver pubblicato su Facebook un commento ritenuto “dannoso per la dignità di un esponente del partito di maggioranza SNS, Goran Vesic”.

Anche in Kosovo la libertà e l’indipendenza dei media è spesso sotto assedio: il finanziamento ha origine poco chiara e la libertà d’espressione non è sempre garantita. Ancora più frequenti che in Serbia sono le intimidazioni verso i giornalisti. Numerosi i casi di minacce di morte recapitati soprattutto a giornalisti “scomodi”, che espongono i fatti da un punto di vista “differente”. Non rari sono inoltre gli arresti di giornalisti, come è il caso di Arbana Xharra, giornalista investigativa che aveva fortemente criticato Thaci.

In Serbia qualche passo avanti sembra esserci stato nel campo dei diritti LGBT e della non discriminazione: per la prima volta si è assistito ad un Gay Pride privo di violenze e soprattutto il tema LGBT inizia ad essere affrontato. Rimane molto da fare anche per quanto riguarda la violenza domestica: malgrado Belgrado abbia approvato nuove leggi in materia, la situazione è preoccupante (lo è anche in Kosovo). Spesso le donne non denunciano e quelle che hanno il coraggio di farlo si trovano poi prive di protezione. Non esistono ancora case protette, né altre forme di tutela.

In generale il Progress Report su Belgrado è più positivo rispetto quello sul Kosovo, ma è interessante evidenziare i problemi in comune. Aldilà dei diritti umani e della libertà d’informazione, sarebbero molti i campi in cui una collaborazione porterebbe grandi miglioramenti. È sufficiente pensare alla criminalità organizzata, alla corruzione dilagante, alla falsificazione di documenti e contanti, alle questioni economiche, al traffico di esseri umani e ancora tanto altro. Purtroppo, però, ad oggi Serbia e Kosovo sembrano incapaci di superare gli anni ’90 e iniziare a guardare al futuro, forse anche a causa dell’assenza di media indipendenti. Senza informazione libera e di qualità, senza critiche costruttive, senza discussioni, non può esserci nemmeno una democrazia funzionante. Un “salto di qualità” ancora da compiere.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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