giovedì , 16 agosto 2018
18comix

Serbia e Kosovo, la mediazione europea fallisce

‘Fallimento’ è forse la parola che nessuno vuole pronunciare, ma che un po’ tutti i protagonisti hanno in mente pensando all’ottavo round di trattative fra il primo ministro serbo Dačić e quello kosovaro Thaçi con la mediazione di Catherine Ashton. Come già accaduto con il settimo round, l’incontro si era aperto con i migliori auspici: entrambe le parti si erano dette pronte a trovare una soluzione per normalizzare i rapporti fra Kosovo e Serbia. Le trattative sono durate ben dodici ore. Dodici ore di colloqui trilaterali e bilaterali, incessanti e continui, finché non si è preso atto che non era possibile raggiungere un accordo in tempi brevi.

La ‘questione Kosovo’ caratterizza l’area balcanica ormai da 624 anni. La data simbolica è la famosa battaglia di Kosovo Polje del 1389 durante la quale si scontrarono il sultano Murad I e il principe serbo Lazar, perdendo entrambi la vita. Ai tempi l’Impero Ottomano avanzava minacciosamente verso l’Europa e il Regno serbo cadde lentamente sotto il suo dominio. Proprio da questa battaglia, diventata poi leggenda, è nato il mito del Kosovo, considerato culla del patriottismo serbo e simbolo del sacrificio di Lazar in nome di tutte le popolazioni slave. I regimi politici si sono susseguiti nel tempo, dal Regno di Jugoslavia, al socialismo titoista, fino all’attuale situazione: nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia ed è stato riconosciuto dalla maggior parte dei Paesi dell’UE e dagli Stati Uniti. Nonostante siano passati 624 anni, il sentimento serbo verso il Kosovo è tuttavia invariato: i nazionalisti lo rivendicano come parte integrante e irrinunciabile della Serbia, il suolo natio. Il fatto è che durante le centinaia d’anni trascorsi fino ad oggi, la popolazione è cambiata, a causa di migrazioni e guerre, cosicché ora in quel territorio risiedono per lo più persone di cultura albanese che non si riconoscono per nulla nel mito serbo. Da qui la guerra civile fra la Serbia e la sua provincia, conclusasi nel 1999 con il bombardamento Nato sulla prima e l’ingresso di truppe Onu e di una missione tutta europea per stabilizzare l’area nella seconda. L’UE gioca infatti un ruolo chiave nell’area, dimostrato anche dall’impegno messo nella mediazione fra il governo serbo e quello kosovaro.

Il 2 aprile si è concluso l’ultimo round. Ancora una volta non si è raggiunto alcun accordo. L’Alto Rappresentante per la politica estera UE ha dichiarato che «la distanza fra i due Paesi è minima, ma molto profonda». Il nodo principale da sciogliere riguarda le comunità serbe del nord del Kosovo. Da un lato Belgrado chiede che si crei un’associazione delle municipalità serbe con poteri giudiziari ed esecutivi, dall’altro Pristina teme che consegnare poteri tanto importanti sia il primo passo per un’autonomia sempre più decisa fino a spaccare il Paese in due parti. La maggioranza dei serbi in Kosovo vive infatti nel nord, al confine con la Serbia, e sono proprio queste comunità che si sentono “sotto attacco” dai kosovari. Thaçi ha assicurato che sono in corso e verranno aumentati gli sforzi per includere i serbi-kosovari nel Kosovo, per combattere l’esclusione sociale lamentata. Purtroppo la situazione è intricata: si sono sviluppati due sistemi statali paralleli, che di fatto mantengono separate le due nazionalità. Non solo, ma per la Costituzione serba il Kosovo è parte integrante del territorio nazionale, infatti le comunità serbe oltreconfine vi si appellano: «non accetteremo mai un accordo contrario alla Costituzione».

Lady Catherine Ashton ha dichiarato, alla conclusione delle dodici ore di colloqui, che non ci saranno altri incontri ufficiali, ma che diverse proposte di soluzione sono state messe sul tavolo delle trattative. Ora i due primi ministri torneranno in patria per discuterne ed entro poche settimane dovrebbero comunicare alla Ashton la loro decisione. Sempre in conferenza stampa, il ministro serbo Dačić ha affermato che esiste ancora un margine di tempo per accordarsi, mentre Thaçi si aspetta di incontrare il collega la settimana prossima. Questa volta senza mediazione europea. Si deve riconoscere all’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE la tenacia con la quale ha seguito le trattative, ma, nonostante ciò, per ora il suo impegno non è stato sufficiente.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *