mercoledì , 21 febbraio 2018
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Serbia e Kosovo: ripartire, dopo la nebbia del 2014

Se il 2013 era stato l’anno della svolta, degli straordinari progressi e dello storico accordo del 28 aprile, il 2014, nel rapporto tra Serbia e Kosovo è stato l’anno dell’impasse, dello stallo, paradossalmente dei passi indietro. Il 2013 infatti si era chiuso con le turbolente elezioni amministrative kosovare, con un’Associazione delle Municipalità serbe del nord Kosovo in via di creazione e su un accordo in via di raggiungimento per integrare, sempre nel nord a maggioranza serba, il sistema giudiziario attualmente in vigore (derivante da quello serbo) e quello kosovaro. Obiettivi che sembravano, malgrado le difficoltà, alla portata e che invece sono, ad oggi, ancora distanti.

Varie le cause dello stallo. Tra queste sicuramente la situazione politica interna nei due Paesi. In Serbia a marzo Aleksandar Vučić, ex vice-premier, è succeduto ad Ivica Dačić, attuale Ministro degli Esteri, dopo uno schiacciante successo elettorale. Una svolta apparentemente nel segno della continuità, ma che in realtà nascondeva molte insidie. Il calo di popolarità di Ivica Dačić era infatti dovuto anche alle “troppe concessioni” al Kosovo, almeno secondo parte dell’opinione pubblica serba. Un Vučić già alle prese con urgenti e scomode riforme dell’economia, non poteva rischiare di compromettere ulteriormente la sua popolarità mantenendo la stessa linea.  Diretta conseguenza di questo gioco politico è stato un atteggiamento più prudente nel negoziato Serbia-Kosovo. Anche l’aver ottenuto, nel gennaio 2014, l’avvio dei negoziati per l’adesione della Serbia all’UE è sembrato tra l’altro più un cuscino su cui adagiarsi che non uno sprone ad implementare ulteriormente l’accordo.

Anche in Kosovo la situazione politica non è stata quella ideale. Dopo le elezioni del giugno 2014 infatti, le discussioni per formare un nuovo governo si sono protratte per mesi, privando la Serbia e l’UE di una chiara figura e di un chiaro programma con cui e su cui condurre il dialogo. Fondamentale sarà, nelle prossime settimane, capire l’atteggiamento del neo-premier Isa Mustafa in materia.

Anche la situazione internazionale non ha aiutato. Il 2014 ha segnato la fine del mandato di Catherine Ashton, che aveva investito molto sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo. L’accordo dell’aprile 2013 e la sua implementazione rappresentano infatti uno dei pochi successi del suo mandato. Un risultato frutto di un paziente impegno, che l’ha portata in due anni a presiedere personalmente oltre 20 incontri di alto livello tra i due premier ed a diventare un affidabile punto di riferimento per i due premier. Sarà curioso capire l’approccio del nuovo Alto Rappresentante, Federica Mogherini: impegnarsi e concentrarsi personalmente su un limitato range di obiettivi (come fatto dalla Ashton, che ha investito principalmente sul negoziato Serbia-Kosovo e su quello relativo al nucleare iraniano) o estendere il suo raggio d’azione riducendo per forza di cose il numero di vertici a cui prendere parte. Nel secondo caso sarà importante capire l’attenzione riservata al dialogo tra Serbia e Kosovo (finora definito “una delle priorità”) e l’abilità nel riuscire a conciliare, come la Ashton, il ruolo di arbitro a quello di stimolo all’implementazione.

Non ultimo, la crisi in Ucraina. La Serbia mantiene solidissimi legami con Mosca e lo stesso Vladimir Putin vanta molti sostenitori in Serbia (prova ne sono i numerosi sondaggi e il bagno di folla in occasione della sua ultima visita a Belgrado). L’UE è cosciente di come chiedere alla Serbia ulteriori sacrifici in tema Kosovo possa ulteriormente ingrossare le fila di chi, in Serbia, all’avvicinamento all’Unione Europea continua a preferire il sostegno di Mosca. Presa di coscienza che non può non portare a richieste più caute.

Intanto a Belgrado il Presidente Nikolić ha dichiarato di voler presentare al governo serbo un documento che dovrebbe indirizzare le politiche serbe in tema di status del Kosovo. Un documento non richiesto, ma che nelle sue intenzioni dovrebbe essere sottoposto al voto del Parlamento e diventare quindi, per lo stesso governo, vincolante. La presa di posizione potrebbe essere frutto di dissapori tra Nikolić e Vučić (che rappresentano lo stesso partito) e quindi della volontà dello stesso Nikolić di forzare la mano imponendo il suo punto di vista. Una situazione pericolosa, soprattutto nel caso (probabile) il documento preveda per il Kosovo uno status diverso da quello auspicato dall’UE (che comunque non chiede alla Serbia di riconoscere l’indipendenza del Kosovo).

Tanti i dubbi, molte le speranze. Intanto sembra confermata l’intenzione della Mogherini di voler convocare per la seconda metà di gennaio il primo incontro di alto livello tra i due premier. Nella speranza che sia un ritorno alle luci del 2013, in grado di diradare la coltre di nebbia che nel 2014 ha avvolto il dialogo.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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