venerdì , 17 agosto 2018
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Serbia-Kosovo: ancora passi avanti, malgrado l’intoppo lignite

Un altro passo avanti. Dopo un’altalena di ottimismo e pessimismo e dopo due giorni di incontri serrati, nella serata di ieri infatti Catherine Ashton, ha annunciato: «Il Primo Ministro Thaci (Kosovo) e il Primo Ministro Dacic (Serbia) sono d’accordo su un testo, su cui ora si stanno consultando. Mi contatteranno entro la fine della settimana». È il via all’attuazione dell’intesa raggiunta ad aprile.

Ovviamente non sono ancora noti gli steps previsti da questo testo. Rumors riferiscono di un via libera alle elezioni in tutto il Kosovo, quindi anche nei 4 comuni “serbi” del Nord, entro la fine dell’anno, probabilmente ottobre, e di una progressiva dismissione delle strutture serbe nel Nord Kosovo, le cui competenze verranno pian piano assorbite dall’Associazione delle Municipalità prevista al punto 1 dell’accordo.Sembra poco, ma non lo è. Soprattutto se si pensa al pessimismo dei giorni scorsi, dovuto alla difficoltà dei team incaricati di stilare la bozza del piano, da quella di convincere le rispettive opinioni pubbliche – e i rispettivi nazionalismi – della necessità dell’accordo e da quella di convincere la parte in causa: i serbi del Nord Kosovo.

A complicare il quadro era intervenuto un annuncio da parte di una multinazionale dell’energia texana, la NGP (New Generation Power) S.p.A., molto attiva nei Balcani, dove ha investito qualcosa come 1,65 miliardi di dollari nella costruzione di una serie di centrali idroelettriche sul fiume Drina, al confine tra il Kosovo e la Republika Srpska – governo autonomo dei serbi di Bosnia – e che ha in cantiere un altro progetto di ulteriori centrali nel sud della Serbia. La compagnia annunciava in pratica di aver raggiunto un accordo per il rilancio del complesso minerario di Trepca, un sito guarda caso nella municipalità di Mitroviça, in parte a nord del fiume Ibar, nella zona del Kosovo abitata in maggioranza da serbi, e in parte a sud, in zona a maggioranza kosovara di etnia albanese. Fiore all’occhiello della vecchia economia jugoslava, il sito è ormai profondamente danneggiato dalla guerra e non all’avanguardia dal punto di vista ecologico.

Il complesso, che impiega ancora 23 mila operai, è attivo nell’estrazione di piombo, zinco, argento, cobalto, ferro-nichel e soprattutto lignite – minerale utilizzato per la produzione di energia termo-elettrica, con cui fino agli anni ’90 il Kosovo soddisfava il 98% del proprio fabbisogno energetico, mentre oggi circa il 50%. Secondo alcuni studi, quello di Trepca sarebbe il quinto giacimento al mondo per quantità di riserve, per un valore potenziale stimato in 85 miliardi di €. Infatti, pur trattandosi di una risorsa meno redditizia rispetto al petrolio o al gas naturale, la lignite del Kosovo risulta abbastanza “pregiata” in quanto presente relativamente in superficie e pertanto facilmente estraibile.

Non per niente il complesso, di proprietà dello Stato serbo nel pre-guerra, è stato reclamato da entrambe le parti in causa. La gestione era affidata alla KTA (Kosovo Trust Agency), dipartimento dell’UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo) che da anni doveva curarne la privatizzazione, senza sapere ancora con certezza chi, tra la Serbia che l’ha costruito, il Kosovo o la costituenda Associazione di Municipalità, avrebbe dovuto incamerare i proventi derivanti dall’eventuale cessione.

All’improvviso, nonostante in passato fossero stati svolti studi da vari altri consorzi, tra cui l’italo-greco Enel/SenCap, è arrivato l’annuncio della NGP S.p.A. che di per sè sarebbe stato una buona notizia per Trepca, se non fosse per l’altro firmatario dell‘accordo: non l’UNMIK o l’agenzia per la privatizzazione del Kosovo – che formalmente dovrebbe esserne responsabile -, ma uno dei ministeri di Belgrado. Ovvie le proteste di Pristina che l’ha immediatamente definito illegittimo, minacciando anche di far saltare l’intero piano per la normalizzazione dei rapporti con la Serbia. Per risolvere la questione è intervenuta anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Pristina, che ha richiamato la NGP S.p.A. dichiarando, come riportano l’emittente locale B92 e Agenzia Nova, che “il governo di Belgrado non ha più autorità sui territori su cui insiste il complesso”.

La diatriba non ha comunque fatto saltare l’intesa sull‘attuazione dei 15 punti, a dimostrazione di quanto i due Paesi la considerino fondamentale e di quanto siano intenzionati a proseguire il rispettivo processo di integrazione nell’UE che a breve dovrebbe portare la Serbia – l’annuncio è previsto durante il prossimo Consiglio Europeo di giugno – all’inizio dei negoziati per l’adesione e il Kosovo all’accordo di Associazione con l’UE. Un altro passo avanti quindi, in una vicenda dove si intrecciano le capacità dell’Unione di far valere il proprio soft power e quella di altri attori di mettere in campo il proprio hard power, in questo caso economico. L’intesa sull’attuazione dei 15 punti è un successo del primo tipo di approccio, mentre un accordo sulla privatizzazione di Trepca lo sarebbe per la seconda tipologia di attori. Un discussione invece sull’opportunità di questa suddivisione di compiti e sulla difficoltà – o non volontà – dell’UE di gestire un problema nel proprio “giardino di casa” rimanda a una riflessione necessariamente più ampia sulle scelte strategiche europee.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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