martedì , 14 agosto 2018
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Serbia-Kosovo: da Belgrado un nuovo “no” all’accordo

Difficile ormai sperare in una sorpresa: Serbia e Kosovo non firmeranno, per ora, nessun accordo sulla “normalizzazione” delle loro relazioni e sullo status del Nord del Kosovo e dovranno probabilmente rallentare il loro processo di integrazione nell’UE.

Proprio lo status del Nord del Kosovo, regione composta da quattro municipalità (Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan, Lepasovic) formalmente sotto l’autorità kosovara, ma abitata al 94% da serbi, si è rivelato un ostacolo insormontabile. Né la proposta di creare un’associazione di municipalità serbe con forti autonomie, né quella presunta dell’UE di un governo ad interim della zona, sono servite a mettere d’accordo le parti. Pristina infatti mal sopportava la richiesta di Belgrado serbo che giudici e poliziotti fossero tutti di etnia serba; Belgrado quella del Kosovo che pretendeva che la legislazione applicata fosse quella kosovara, senza particolari previsioni per la zona.

Che l’accordo non fosse cosa semplice lo si era intuito dal fallimento degli 8 rounds di incontri tra i due premier, alla presenza dell’Alto Rappresentante per la gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, Catherine Ashton, nella veste di mediatore. Dopo il fallimento dell’ultimo meeting, il 2 aprile scorso, sembrava si fosse aperto qualche spiraglio. L’UE aveva dato tempo fino al pomeriggio di ieri sperando che le due parti (soprattutto la Serbia, visto che il Kosovo sembrava più incline alla firma) ammorbidissero le rispettive posizioni. I segnali di apertura, in effetti, c’erano stati. Ad esempio la chiesa ortodossa kosovara, dopo anni in cui si era rifiutata di colloquiare con le autorità di Pristina se non tramite UNMIK o EULEX, aveva deciso di riconoscerle proprio il 3 aprile. Il vice-premier serbo Suzana Grubjesic aveva inoltre dichiarato che lo stop ai negoziati «avrebbe frenato l’adesione serba all’UE, ma non avrebbe comunque restituito il Kosovo all’autorità di Belgrado».

Il lungo fine settimana di consultazioni del primo ministro serbo Ivica Dacic, durante il quale ha convocato i capi dei gruppi parlamentari, rappresentanti del nord Kosovo e vertici del proprio partito (il Partito progressista serbo, SPS), non ha però dato buoni frutti. Al termine di una riunione straordinaria convocata nel pomeriggio di lunedì 8 aprile, infatti, il governo serbo ha deciso di definire “inaccettabile” l’accordo voluto da Bruxelles. Stessa definizione data la settimana scorsa dal Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che aveva ritenuto tale sia l’ultimatum dell’UE che le soluzioni proposte, contrarie alla Risoluzione 1244 dell’ONU che non parla di indipendenza del Kosovo.

La decisione per il governo del premier Dacic, che sull’ottenimento di una data per l’inizio dei negoziati per l’adesione all’UE aveva basato la propria campagna elettorale nel 2012, è stata comunque sofferta. Il mancato accordo pregiudicherà infatti l’obiettivo, così come per il Kosovo, che puntava all’Accordo di Associazione con l’UE. La timeline dell’UE prevedeva infatti di favorire il raggiungimento di un accordo entro il 9 aprile, per dare tempo a Lady Ashton di illustrare al Consiglio Affari Esteri del prossimo 22 aprile i progressi nel negoziato e i dettagli dell’accordo. I governi dei 27 avrebbero così avuto modo di esprimersi sulla candidatura della Serbia e di fornire a Belgrado, durante il Consiglio Europeo di giugno, la data di inizio dei negoziati per l’adesione.

A questo punto invece risulta difficile prevedere quali possano essere gli sviluppi futuri. Sembra ormai quasi un’utopia sperare in un accordo in extremis – per quanto si rincorrano le voci di un incontro Dacic-Thaci, premier serbo e kosovaro, fissato per il prossimo fine settimana. Sembra altrettanto difficile che gli Stati membri possano decidere di dare comunque via libera a Serbia e Kosovo, premiandoli, pur senza un accordo, per i progressi nel negoziato, oppure che decidano di premiare solo il Kosovo, dimostratosi più accondiscendente, almeno con un accordo per la liberalizzazione dei visti (il Kosovo resta l’unico Paese dell’area balcanica a non averlo).

Resta un’unica certezza: il negoziato deve proseguire. La sassaiola contro la sede del SPS di Dacic a Mitrovica dopo la notizia del ‘no’ di Belgrado e la dichiarazione di alcuni rappresentanti serbi del Nord-Kosovo di voler proclamare l’indipendenza, sono segnali da non sottovalutare. Per evitare che a riprendere vigore siano le posizioni nazionaliste ed estremiste, l’impegno dell’UE deve continuare, tramite EULEX – che dovrà combattere criminalità e corruzione nel Nord Kosovo, zona in cui, almeno fino alla firma di un accordo, l’intervento della Kosovo Police sarebbe inopportuno – ma soprattutto tramite la sua diplomazia che avrà un compito fondamentale: tenere sempre viva, per serbi e kosovari, la speranza di un accordo e di una soluzione pacifica.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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