venerdì , 17 agosto 2018
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Serbia-Kosovo: l’UE non abbassi la guardia

Sotto la cenere, i carboni ardono ancora. È vero, la temperatura tra Serbia e Kosovo, nel giro di un anno, è notevolmente diminuita. L’accordo dello scorso 19 aprile e la sua attuazione sono stati probabilmente il maggiore successo della politica estera dell’UE dopo il grande allargamento ad est. Ma rimangono argomenti in grado di generare ancora scintille, tante.

È il caso della decisione annunciata negli scorsi giorni da Pristina, di voler trasformare le proprie forze di polizia in Forze Armate. Soluzione che a Belgrado non piace, in quanto non contemplata dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU, che stabilisce che la sicurezza del Kosovo debba essere garantita dalle forze internazionali dell’operazione KFOR, il cui mandato è stato tra l’altro prolungato. L’accordo del 19 aprile non fa poi riferimento all’opzione. “Non avranno mai accesso al Kosovo del Nord” – ha subito affermato il Ministro serbo per il Kosovo e Metohija, Aleksandar Vulin “come non ce l’avrà la Kosovo Police senza preventiva autorizzazione”.

Altra questione spinosa è legata alle elezioni in Serbia, il prossimo 16 marzo. Belgrado vorrebbe estendere la possibilità di voto a tutto il Kosovo, 90 seggi allestiti in 17 municipalità. Pristina invece si oppone, ritenendo un’opzione del genere una violazione della propria sovranità. C’è stata solo un’apertura al voto dei cittadini con doppia cittadinanza, ma in caso di “operazioni gestite dall’OSCE”, il cui intervento però tarda ad essere richiesto. Sulla questione si sono susseguite dichiarazioni pungenti, tra cui quella di Edita Tahiri, responsabile kosovara del team di negoziatori per l’attuazione dell’accordo del 19 aprile: “la Serbia è ormai solo un Paese confinante, deve smetterla di interferire”

Emblema di una temperatura sempre a rischio incendio è la vicenda di Oliver Ivanović, che doveva guidare la lista civica filo-serba “Serbia, Democrazia, Giustizia” durante l’ultimo round delle tribolate elezioni municipali di Mitrovica nord, salvo essere arrestato a fine gennaio per accuse legate a crimini di guerra compiuti nel ’99-’00. Più che l’arresto ad essere controversa è la sua detenzione, a Pristina. Lo stesso Ivanović ha infatti chiesto, anche con uno sciopero della fame, di essere trasferito nel carcere di Mitrovica nord, per non essere circondato da detenuti di nazionalità albanese. Malgrado la Serbia si sia proposta come garante, Pristina ha opposto un netto rifiuto. Il tutto mentre tarda ad arrivare l’accordo su dislocazione e dipendenza delle corti di giustizia nel nord Kosovo.

A fare poi da contorno a questa situazione ci sono le vicende politiche interne in Serbia. Dopo l’apertura dei negoziati con l’UE, lo scorso 21 gennaio, si è sciolto l’esecutivo SNS-SPS a guida Ivica Dačić (leader di SPS, terzo partito di Serbia). A optare per la crisi di governo è stato Aleksander Vučić, leader di SNS, primo partito per numero di consensi e fino ad allora vero leader-ombra dell’esecutivo. La scelta di Vučić è stata dettata formalmente dalla volontà di intraprendere le riforme economiche (mercato del lavoro su tutte) con una maggioranza più forte. In realtà, appare una scelta dettata anche dall’opportunismo politico, visto che i sondaggi lo accreditano del 44-48%.

Vučić, che quindi va incontro ad una vittoria schiacciante, oltre alle riforme avrà dunque un altro obiettivo durante il suo mandato: differenziare il suo operato da quello di Dačić. La via più ardua per rendere percepibile la differenza sarebbe quella di attuare veramente riforme strutturali, che però si preannunciano scomode. Una via più semplice sarebbe invece quella di agire diversamente in uno dei campi che hanno portato più critiche a Dačić (e che probabilmente pagherà a livello di consensi, malgrado l’enorme successo di aver condotto la Serbia alle porte dell’UE): i rapporti con il Kosovo. A Dačić è stato infatti sovente rimproverato, soprattutto da alcune frange, di essere troppo accondiscendente verso Pristina e le richieste dell’UE in materia.

Un’inversione di tendenza in tal senso che Vučić potrebbe non escludere a priori, e che potrebbe non essere invisa a parte dell’elettorato SNS (che nasce da una scissione dall’SRS, partito radicale e nazionalista). Il compito di evitare queste dinamiche spetta anche all’UE, placando il riaccendersi degli animi nazionalisti serbi. Per esempio mediando sulla questione forze armate, sulla questione Ivanović e su quella elettorale. Ma anche intervenendo per quanto possibile sui rapporti Serbia-Croazia, soprattutto per quanto riguarda la reciproca causa per genocidio che vede i due Paesi fronteggiarsi davanti alla Corte dell’Aja.

La Serbia ha chiesto più volte alla Croazia il ritiro della stessa, ricevendo un diniego. Un’azione lungimirante dell’UE in tal senso potrebbe auspicare tale ritiro, a favore di una mediazione complessiva che comprenda risarcimenti ai danneggiati su ambo i fronti, diritti di ex-sfollati e reciproche minoranze e soluzione delle dispute di confine (questioni già incluse nei rispettivi negoziati per l’adesione). C’è da evitare che il vento del nazionalismo torni a soffiare su animi ancora ardenti.

Nell’immagine, scritta contro i negoziati. VETËVENDOSJE! “Autodeterminazione”, è il partito dei kosovari di etnia albanese che si oppone ai negoziati Serbia-Kosovo (© Quinn Dombrowski, www.flickr.com).

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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