martedì , 21 agosto 2018
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Serbia-Kosovo: verso il Consiglio Europeo senza un accordo sul ‘tema giustizia’

I segnali erano quelli giusti, ma alla fine il 20° round di incontri tra il premier kosovaro Hashim Thaçi e quello serbo Ivica Dačić, tenutosi venerdì a Bruxelles, si è concluso con un nulla di fatto. Sul tavolo c’era soprattutto la questione “giustizia”, ovvero la struttura dei tribunali nelle 4 municipalità a maggioranza serba del nord Kosovo.

Il punto di partenza, in base all’accordo del 19 aprile, era la composizione degli organici dei tribunali, che dovrà riflettere la distribuzione etnica della popolazione (e pertanto, nel nord Kosovo, il 98% dei giudici dovrà essere serbo). L’intesa non è stata invece trovata sulla dislocazione: Pristina insiste affinché nelle 4 municipalità del nord (Mitrovica nord, Zubin Potok, Leposavić, Zvečan) siano dislocate sedi distaccate del tribunale di Mitrovica sud (situato nella parte a maggioranza albanese della città), mentre Belgrado vuole un tribunale autonomo, con sede a Mitrovica nord.

Eppure, come detto, i segnali erano incoraggianti. Innanzitutto l’approssimarsi del Consiglio Europeo del 19-20 dicembre, in cui dovrebbe essere fissata la data (gennaio 2014?) della conferenza intergovernativa che darà il via ai negoziati di adesione della Serbia. Già il 17, l’Alto Rappresentante per la politica Estera dell’UE, Catherine Ashton, illustrerà al Consiglio Affari Generali i progressi nell’attuazione dell’accordo del 19 aprile, ritenuto dall’UE un pre-requisito per l’avvio dei negoziati. Arrivare dunque al 17 con in mano anche l’accordo sulla giustizia avrebbe spazzato via anche gli ultimi dubbi, non lasciando al Consiglio Europeo alcun appiglio per ritardare le date.

C’era poi la presenza del vice-premier serbo, Aleksandar Vučić, a Bruxelles ogni qualvolta si è raggiunto un accordo. Vučić infatti, leader di SNS (partito che insieme a SPS, del premier Dačić, forma la coalizione di governo) è il vero uomo forte della coalizione di governo, a capo del primo partito serbo per consensi. L’ottimismo era dato inoltre dai recenti risultati raggiunti. In primo luogo la soluzione, in un modo o nell’altro, del problema elezioni, ma anche l’accordo sulle forze di polizia raggiunto lo scorso 5 dicembre: nelle municipalità a maggioranza serba opererà una forza formalmente inserita nella Kosovo Police, ma con agenti in prevalenza serbi (criterio dell’etnicità illustrato per i tribunali) e il cui responsabile sarà nominato da Pristina, ma su proposta della costituenda Associazione delle Municipalità serbe.

Passi avanti anche in tema energia. L’accordo di massima era stato raggiunto già il 9 settembre, ma nei giorni scorsi sono stati perfezionati ulteriori dettagli. La gestione e distribuzione dell’energia elettrica nel nord Kosovo non avverrà né a cura di EMS (compagnia serba), né di KOSTT (compagnia kosovara), ma di Elektrokosmet, una nuova compagnia. Compromesso che risolve anche il problema del personale della stazione energetica di Valač (che alimenta il nord Kosovo), che quindi non dovrà firmare un contratto con una compagnia kosovara (soluzione non gradita), ma con la stessa Elektrokosme”. La compagnia dovrebbe gestire anche il bacino artificiale di Gazivoda, sul fiume Ibar, per due terzi in territorio serbo e per un terzo in territorio kosovaro (municipalità di Zvečan), dove però si trovano sia la diga che la centrale idroelettrica.

Con l’avvio delle discussioni sullo statuto dell’Associazione delle Municipalità e l’accordo tra le Camere di Commercio, tra gli ambiti di attuazione dell’accordo (quadro giuridico, Associazione delle Municipalità, elezioni, polizia, giustizia, energia e varie), solo sul settore giustizia si accusa un pesante ritardoBisognerà capire se questo ritardo condizionerà le scelte del Consiglio Europeo, da cui la Serbia attende la data della conferenza di inizio dei negoziati per l’adesione. Premierà comunque l’impegno del Paese balcanico o rimanderà Belgrado, aggiungendo malumori a quelli generati dalla richiesta di rinegoziare l’accordo con Gazprom sul South Stream?

Scelta delicata. La volontà europeista dell’attuale governo serbo non è in discussione, ad essere a rischio è semmai la stabilità dello stesso governo Dačić. L’opposizione rimprovera con insistenza sempre maggiore i sacrifici pro-UE imposti e minaccia crisi in caso di rinegoziazione dell’accordo South Stream. Accordo che tra l’altro rende il Paese più dipendente dalla Russia (Gazprom finanzia totalmente la costruzione, la parte delle spese di competenza serba, le verrà poi rimborsata con i futuri ricavi derivanti dal transito del gas). La crisi politica e l’ascesa di un governo “meno europeista”, visti i recenti sviluppi in Ucraina, sono eventualità che il Consiglio Europeo non può permettersi di trascurare.

Nell’immagine, una veduta della diga sul fiume Ibar che genera il bacino artificiale di Gazivoda, nella municipalità kosovara di Zvečan (photo: Wikimedia Commons)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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