giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © George M. Groutas, 2009, www.flickr.com

Serbia-Russia (parte 1): relazioni al bivio

Le crescenti tensioni fra Unione Europea e Stati Uniti da una parte e Federazione Russa dall’altra hanno evidenziato la difficile posizione della Serbia. Pur percorrendo la strada verso una futura membership nell’UE, Belgrado è il Paese balcanico più legato a Mosca. Un legame storico e linguistico: entrambe le lingue utilizzano l’alfabeto cirillico, pur con alcune differenze. Il rapporto con Mosca è sempre stato stretto. Storicamente i serbi, quando si sono trovati in difficoltà o minacciati, hanno guardato alla Russia in cerca di sostegno e di protezione: nell’Ottocento quando la Serbia lottava per l’indipendenza dall’impero ottomano e dagli Asburgo. E poi più avanti nel tempo. Oggi la situazione è diversa: Belgrado deve destreggiarsi fra richieste e ambizioni future. Il tutto in un difficile periodo di crisi economica.

Un velato ricatto russo? Come gli altri Stati della zona, la Serbia dipende dalla fornitura di gas russo. L’energia di Mosca serve all’industria, ma anche al più semplice riscaldamento domestico: senza gas l’economia serba si fermerebbe e la popolazione rischierebbe un inverno al freddo. Belgrado però non può semplicemente pensare di diminuire la dipendenza dalla Russia diversificando le fonti. Nel 2008 infatti, Belgrado ha stretto con Mosca un accordo energetico, con cui ha concesso alla Russia lo sfruttamento delle proprie riserve di gas e petrolio. All’epoca i politici serbi non avevano calcolato le possibili future conseguenze dell’accordo, essendo più interessati all’appoggio russo contro l’indipendenza del Kosovo.

Inoltre, Belgrado ha un debito di circa 200 milioni di euro con Gazprom, a causa del quale Mosca ha tagliato del 30% le forniture di gas. Ovviamente, la notizia ha creato non poco allarmismo nella popolazione e costretto il premier Vučić a pregare telefonicamente Mosca di venire incontro alle esigenze serbe, considerando la grande amicizia che lega i due Paesi. Sembra che il premier serbo sia riuscito a strappare solo una rateizzazione del debito.

La situazione si inserisce poi in un panorama internazionale caratterizzato dalle sanzioni europee contro la Russia. A tal proposito, il portavoce del Ministro degli Esteri della Federazione Russa Aleksandar Lukasevic ha affermato in una recente intervista: “spero che le autorità serbe esaminino tutte le circostanze prima di decidere se applicare o meno le sanzioni economiche contro la Russia e che sappiano valutare l’importanza dei rapporti amichevoli e strategici tra Belgrado e Mosca”.

La preoccupazione europea. La settimana scorsa il Commissario Johannes Hahn ha espresso le preoccupazioni europee per le relazioni fra Serbia e Russia, affermando che “Belgrado, in quanto Paese candidato, dovrebbe iniziare ad allineare la propria politica estera con quella dell’UE”. Un chiaro rimando alle sanzioni che l’UE sta infliggendo alla Russia, che finora Belgrado si è rifiutata di applicare, chiamando in causa l’interesse nazionale. Nonostante Hahn abbia aggiunto che “è compito del governo serbo stabilire quanto velocemente allinearsi alla politica estera europea”, ovviamente le prime parole del Commissario hanno colpito Belgrado.

Dai primi anni del secolo la Serbia ha mostrato una chiara volontà di considerare l’adesione all’UE come priorità nella propria politica estera. Un obiettivo che ha perseguito e persegue attuando importanti riforme legislative e impegnandosi in difficili colloqui con il Kosovo. La Serbia non è disposta a rinunciare alle proprie ambizioni europee, ma nemmeno può cedere alle sanzioni. La risposta del governo serbo, per voce del Ministro per l’Integrazione Europea Jadranka Joksimović, è cauta: “la Serbia è tenuta ad allinearsi alla politica estera europea al momento dell’adesione. Fino ad allora, non ha nessun obbligo. Inoltre all’interno della stessa Unione ci sono posizioni differenti fra i Paesi membri”.

A preoccupare l’Unione Europea, anche se non ci sono dichiarazioni ufficiali in merito, è anche il Centro per le situazioni di emergenza formato in collaborazione con Mosca a Niš. La Federazione Russa vorrebbe infatti chiarire lo status di questo centro e veder riconosciuto lo status diplomatico al proprio personale. Ovviamente questa ipotesi non trova l’appoggio dell’Occidente che considera pericolosa la presenza di funzionari russi dotati di immunità diplomatica nei vicini Balcani. Per ora Vučić temporeggia, e nessun accordo è stato raggiunto con Putin riguardo a questo Centro, ma prima o poi una decisione andrà presa.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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