venerdì , 17 agosto 2018
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Photo © Michael Lusk / Flickr 2011

Sinai, il prossimo fronte dell’ISIS?

La presunta uccisione di un comandante del braccio armato di Hamas, Abdallah Saeed Kashta, da parte  delle forze armate egiziane è l’ultimo tassello della complessa partita contro il terrorismo che ha come teatro il Sinai. Storicamente e geograficamente, la penisola si presta a un clima di instabilità. Dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni e l’accordo di Camp David del 1978, Sadat aveva accettato di mantenere nell’area solo le forze necessarie a garantirne la sicurezza, ma l’instabilità generata dalla Primavera Araba e dal colpo di stato di al-Sisi, unite ad un ambiente arido e montuoso, hanno favorito la proliferazione di oltre una dozzina di gruppi di militanti.

Tra questi spicca per capacità e violenza il gruppo sunnita Ansar Bait al-Maqdis (Partigiani della Sacra Dimora), che ha trovato un ottimo bacino di reclutamento in quella parte della popolazione beduina del Sinai – vittima di espropriazioni e perdita di identità culturale – che non è riuscita a inserirsi nel  tessuto socio-economico legato alla crescita del turismo e che si dedica a diversi traffici illeciti.

Punto di forza del gruppo jihadista è la recente affiliazione allo Stato Islamico di una parte dei miliziani, rinominatisi Wilayat Sinai (Provincia del Sinai): i finanziamenti e il prestigio offerto dal “branding” dell’ISIS, uniti alle tattiche asimmetriche della guerriglia qaedista, hanno portato nel corso del 2014 e nei primi mesi del 2015 ad una drammatica escalation di violenza, per lo più diretta contro forze armate e di polizia, ma che non è escluso possa estendersi indiscriminatamente contro i civili. Oltre che verso Wilayat Sinai, al-Sisi è dichiaratamente ostile nei confronti di Hamas, in quanto emanazione dei Fratelli Musulmani, e accusa il gruppo palestinese di dare rifugio ai terroristi attivi nel Sinai (ma slegati da Wilayat Sinai) e Jish al-Islam (Esercito dell’Islam), il cui leader ha stretti legami con Hamas, di fornire loro addestramento e armi.

La ramificazione della rete terroristica nel Sinai si è poi estesa oltre il confine israeliano, nella Strisica di Gaza, dove Wilyat Sinai ha fondato lo Stato Islamico a Gaza. Israele teme anche che la le forze militari egiziane nella penisola del Sinai possano sforare il tetto dell’accordo di Camp David, in base al quale la presenza militare del Cairo nella penisola deve essere concordata con Tel Aviv. Per far fronte alla crescente instabilità dell’area, già nel 2011 l’Egitto, con il benestare di Israele, ha inviato 2500 uomini e 250 mezzi di trasporto blindati con l’operazione Aquila, la più imponente nel Sinai dal 1978. Sempre previa approvazione di Tel-Aviv, nel 2012 il Cairo ha avviato l’operazione Sinai, in risposta ad un attacco terroristico lungo il confine israeliano che aveva causato la morte di sedici militari egiziani e un conflitto a fuoco contro le forze armate israeliane. L’operazione prevedeva l’utilizzo combinato delle tre armi, della guardia costiera e delle forze speciali e si fondava su una strategia che, oltre alla neutralizzazione dei combattenti, includeva il riavvicinamento alla popolazione per lo sviluppo socio-economico della regione.

I risultati dello sforzo bellico sono ancora incerti: l’agenzia Reuters, intervistando sia militanti jihadisti che membri delle forze armate, sostiene come i primi abbiano perso slancio e abbiano subito numerose perdite a causa dei secondi. Nonostante ciò, il martellare incessante degli attacchi terroristici pare non accennare a fermarsi, come dimostra l’ultimo attacco combinato, avvenuto il 29 gennaio, che ha causato la morte di oltre quaranta persone.

L’UE guarda con preoccupazione al Sinai, e in passato ha già investito 64 milioni di euro nel programma di Sviluppo Regionale del governatorato del Sud Sinai. L’Alto Rappresentante Mogherini ha condannato gli attachi contro le forze di sicurezza egiziane, ma per ora la Multinational Force and Observers in Sinai è l’unica presenza internazionale militare che vigila sull’applicazione del trattato di pace tra Egitto e Israele. Le conseguenze dell’avanzata del fronte terroristico sono imprevedibili: il Sinai è ricco di riserve petrolifere e gas naturale che, se cadessero in mano ai jihadisti, diventerebbero un canale di finanziamento in grado di alterare drammaticamente l’equilibrio di forze. La penisola ospita inoltre il Canale di Suez, dove ogni anno transitano oltre 17 mila vascelli, la cui sicurezza è fondamentale per garantire la crescita dei traffici commerciali tra Europa e Asia.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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2 comments

  1. Enrico Iacovizzi

    Gentile Luca, grazie per il tuo commento. Nell’articolo non intendo in alcun modo identificare i vari gruppi come una unica entità monolitica e non credo che dalle parole usate possa trasparire questa interpretazione, anzi ho tenuto a chiarire il contrario nel parlare di Hamas e Wilayat Sinai: se così non dovesse apparire, me ne scuso.
    La questione dei beduini è trattata poco nell’articolo essenzialmente per questioni di spazio, dovendo dare più spazio all’attualità con un numero limitato di battute.
    Infine per quanto riguarda la questione del terrorismo in a Gaza, l’articolo non vuole assolutamente suggerire che il terrorismo nella regione sia arrivato dal Sinai, ma semplicemente che il nucleo di ISIS nel Sinai sta estendendo un braccio verso la striscia.
    Spero che questo mia commento sia esaustivo rispetto ai tuoi dubbi sul pezzo.

    Enrico Iacovizzi

  2. E’ un articolo molto superficiale e altrettanto impreciso. Vi sono numerosi passaggi in cui si fa non poca confusione sui legami tra Ansar Bayt al-Maqdis, Hamas e Jaish al-Islam, identificandole tutte come un’unica realtà monolitica. Al-Sisi non è ostile ad un gruppo piuttosto che ad un altro per un motivo x ma perchè identifica tutti i gruppi dello spettro islamista come terroristi e in quanto tali nemici dello stato!
    Direi inoltre che il fattore ambientale, arido e montuoso, non è certamente una questione rilevante nella proliferazione dei soggetti terroristici. Vi sono piuttosto altre questioni legate, come in parte è stato giustamente accennato, al problema dei beduini del Sinai che è molto più profondo, radicato nel tempo e riguanda un sentimento identitario della popolazione locale che affonda le sue radici nella percezione di se stessi come l’unica popolazione realmente egiziana, mentre gli egiziani dell’entroterra sono identificati da questi come africani.
    Vorrei segnalare inoltre che è impreciso asserire che il terrorismo a Gaza sia arrivato dal Sinai: è vero anche il contrario o comunque rimane il fatto che entrambi i territori altamente instabili si sono influenzati a vicenda nei processi di proliferazione terroristica e di fenomeni criminali comuni.
    Infine, non esistono prove concrete dell’esistenza di un gruppo noto come Islamic State of Gaza. Secondo molti analisti, questo gruppo protrebbe essere semplicemente un ombrello in cui confluiscono vari gruppi oppure una piattaforma vuota nella quale non esiste nessun affiliato. La questione in tal senso rimane ancora dibattuta. Allo stato attuale si ritiene come un membro simpatizzante ma non affiliato all’IS il cosiddetto Mujahideen Shura Council for the Environs of Jerusalem.

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