domenica , 25 febbraio 2018
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Siria: il contributo UE alla distruzione delle armi chimiche e lo stallo dei negoziati

È ufficiale: l’UE finanzierà, con 12 milioni di euro, la distruzione dell’arsenale chimico siriano, che sarà trasportato e trattato nel bel mezzo del Mediterraneo nei prossimi mesi. Si concretizza in queste cifre l’annuncio fatto dall’Alto Rappresentante Catherine Ashton lo scorso dicembre. Il contributo verrà versato al Trust Fund istituito dall’Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW). L’accordo è stato firmato dal Commissario Piebalgs durante un incontro con il Direttore Generale dell’OPCW, il diplomatico turco Ahmet Üzümcü, il 17 febbraio a Bruxelles.

L’OPCW è l’organismo esecutivo generato dalla Convenzione sulle Armi Chimiche considerata, insieme alla Convenzione relativa alle armi biologiche e al Trattato di non Proliferazione Nucleare (NPT), uno dei maggiori successi della politica della non-proliferazione. Oltre a vigilare sul rispetto della Convenzione, l’OPCW rappresenta un foro di consultazione per ben 190 Stati che hanno assunto l’impegno di contrastare l’uso delle armi chimiche. L’obiettivo dichiarato è quello di “impedire che la chimica sia ancora utilizzata per la guerra, rafforzando in tal modo la sicurezza internazionale”. Tutti i paesi membri dell’ONU hanno ratificato lo strumento, con alcune (non proprio sorprendenti) eccezioni: Israele, Angola, Corea del Nord, Egitto, Myanmar e Somalia.

L’entrata in vigore della Convenzione per la Siria di Assad è stata il risultato di un intenso sforzo diplomatico collettivo, che ha portato ad evitare un disastroso intervento armato nel Paese. Lo scorso settembre il Consiglio di Sicurezza ONU, con voto unanime, approvava la risoluzione 2118 per la messa in sicurezza e lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano. La risoluzione imponeva al governo siriano di garantire al personale OPCW un accesso al territorio “immediato e senza restrizioni”, per svolgere ispezioni illimitate sui siti designati come su “qualsiasi altra struttura identificata”. In caso di mancata collaborazione da parte delle autorità siriane, si sarebbe delineata (e potrebbe delinearsi) la possibilità di ricorrere all’uso della forza mediante gli strumenti previsti dal capitolo VII della Carta.

Piebalgs ha ricordato l’eccezionalità del programma, “senza precedenti in termini di scala e tempi nella storia della distruzione di armi chimiche”. L’OPWC stima che il costo complessivo dell’operazione si aggiri intorno ai 25-30 milioni di euro. Oltre ai 12 milioni annunciati, l’Ue fornisce i mezzi di supporto tecnico e logistico, circa 4,5 milioni di euro aggiuntivi. Sembra che l’UE abbia intenzione di attingere ai fondi siriani congelati per finanziare parte del programma.

Il Consiglio Affari Esteri del 10 febbraio ha preso le misure necessarie per scongelare parte dei fondi della Banca Centrale Siriana, da indirizzare al Trust Fund come contributo alle attività di smantellamento da parte del regime di Assad. Non è ancora stata fissata la somma che Bruxelles intende prelevare. I fondi messi a disposizione saranno forniti mediante lo Strumento per la StabilitàI lavori di rimozione subiscono però forti rallentamenti. L’ultimo rapporto del Consiglio di Sicurezza conferma gli attacchi ai convogli in transito, denunciati dalle autorità siriane alla fine di gennaio, senza specificare la località.

Sul fronte dei negoziati di pace, il secondo round si è concluso con un nulla di fatto, come ha ammesso il mediatore ONU Brahimi lo scorso 15 febbraio. Non è stata fissata alcuna data per una terza serie di discussioni tra i rappresentanti del regime e la Coalizione Nazionale Siriana all’opposizione. Il nodo principale resta il futuro di Assad. Mentre l’obiettivo delle autorità siriane era quello di discutere della lotta alle attività terroristiche di cui Assad sarebbe vittima, i ribelli avrebbero voluto affrontare subito la questione del futuro governo di transizione.

Eppure nei giorni precedenti i progressi sul fronte umanitario, in particolar modo l‘evacuazione dei civili dalla città di Homs, avevano fatto sperare in una soluzione diplomatica del conflitto che lacera il Paese da quasi tre anni, Il 23 febbraio il governo di Damasco si è detto comunque disposto a collaborare con l’ONU, “nel rispetto della sovranità nazionale”, per garantire l’accesso agli aiuti umanitari. In attesa di un possibile incontro tra Stati Uniti, ONU e Russia per fare il punto della situazione, Brahimi ha voluto chiedere scusa al popolo siriano.

Nell’immagine, un soldato siriano con maschera modello ShMS “anti-gas” e fucile AK-47, “kalashnikov”. Foto risalente al 2010. (photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Redazione Europae

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One comment

  1. oggi c’è stata una grande manifestazione a Creta proprio a riguardo della possibilita’ dello smaltimento delle armi chimiche della Siria,in un punto di mare fra Italia, Malta e Grecia. Niente si sa di questo accordo ne quali siano gli
    accordi di controllo dei tre Stati interessati, sembra che gli USA abbiano rifiutato la presenza di ispettori esterni.
    Mo,’ non ci vuole una grande grande mente per vedere che il Mediterraneo è un lago e queste sostanze non faranno un gran bene al mare.
    Forse conviene ricordare la leggerezza nell’uso dell’uranio impoverito in un recente passato ne si sa niente della sua presenza nei cibi che quelle popolazioni,ex Iugoslavia, Iraq, Afganistan,ne dell’icidenza di eventuali malattie causate.
    Bisogna chiedersi,forse, perche’ proprio qui?
    L’Albania si è rifiutata.Se serve tanta acqua perche’ non in mare aperto? magari difronte ai paesi venditori ?

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