martedì , 21 agosto 2018
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Photo © michael_swan, 2013, www.flickr.com

Siria: l’UE e la crisi umanitaria

Su una popolazione totale di circa 22 milioni di siriani, l’Alto Commissariato per i Rifugiati calcola la presenza di 3,8 milioni di rifugiati – dispersi tra Turchia, Giordania, Libano e Iraq – e circa 7,6 milioni di “internally displaced persons” (IDP). Questi ultimi sono cittadini siriani che non avuto l’opportunità di lasciare il Paese ma sono stati comunque costretti ad abbandonare la propria città o regione di origine per cercare rifugio in aree non colpite dalla guerra civile. In sostanza, più di 11 milioni di persone, metà dell’intera popolazione siriana, sono state costrette a lasciare le proprie case dando vita al più grosso flusso di persone degli ultimi 25 anni, secondo solo alla crisi ruandese degli anni ‘90.

In tale contesto, i Paesi dell’area stanno moltiplicando gli sforzi per limitare le conseguenze di medio e lungo termine di una tale crisi umanitaria. Ovviamente un ruolo rilevante lo gioca la Turchia che tramite l’agenzia governativa AFAD gestisce i campi per rifugiati situati lungo il confine turco-siriano. Allo stesso modo, anche l’Unione Europea ha messo in campo i propri strumenti e, sin dall’inizio del conflitto nel 2011, è riuscita a mobilizzare 3,25 miliardi di dollari da destinare all’assistenza umanitaria.

Come hanno infatti ribadito i Commissari Christos Stylianides e Johannes Hahn, in visita in Libano e Giordania a fine gennaio, il sostegno dell’Unione Europea è “incrollabile” e orientato ad un continuo appoggio del popolo siriano. Soltanto la Commissione Europea è direttamente responsabile per la gestione di circa il 20% della cifra sopracitata, per un totale di 817 milioni di dollari. Tali fondi sono utilizzati da un lato per assistere gli IDP, aiutando quindi i siriani rimasti nel proprio Paese ad assicurarsi un rifugio e beni di prima necessità. Dall’altro, per i campi dei rifugiati, con l’obiettivo di assicurare loro condizioni di vita decenti, rifornendo beni di prima necessità che vanno dalle razioni alimentari ai cosiddetti WASH (water, sanitation and hygiene).

Non finisce qui. La Commissione infatti indirizza una buona fetta di tali “fondi umanitari” anche ai Paesi che stanno sopportando il fardello maggiore della crisi, soprattutto il Libano e la Giordania. Il tutto affiancato dalla tradizionale Politica Europea di Vicinato, che destina a Libano e Giordania rispettivamente 250 e 160 milioni di dollari, da utilizzare per fornire servizi a tutti coloro che sono colpiti dalla crisi umanitaria.

Si tratta quindi di un impegno molto rilevante, che non nasconde però una contraddizione evidente e pericolosa. Da un lato, infatti, l’UE è impegnata a limitare i danni della crisi umanitaria in atto in Siria. Dall’altro, però, l’impegno politico dei leader europei per risolvere la crisi è scarso, o quantomeno poco influente. Scarsa incisività che sta contribuendo a prolungare un sanguinoso conflitto e quindi ad inasprire proprio quella crisi umanitaria che l’UE cerca di combattere. La domanda sorge quindi spontanea: non sarebbe più utile prevenire invece che curare, e quindi prendere concrete decisioni su quali fazioni appoggiare e attraverso quale strumenti raggiungere un’interruzione degli scontri militari?

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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