giovedì , 16 agosto 2018
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Siria: uno scenario in divenire

Mentre il mondo è ancora in attesa delle evidenze raccolte dagli ispettori delle Nazioni Unite circa gli attacchi con gas Sarin nei sobborghi di Damasco (bisognerà attendere dalle due alle tre settimane), gli Stati Uniti, tramite il Segretario di Stato John Kerry, hanno fornito alcune prove raccolte dalla propria intelligence, considerate però insufficienti e non credibili dalla Russia. Nell’attesa, alle frenetiche manovre diplomatiche si sta alternando una militarizzazione altrettanto intensa dello specchio orientale del Mare Nostrum. Al rafforzamento delle unità militari anti-Assad, tuttavia, sta corrispondendo un bilanciamento delle forze navali russe che rievoca nella memoria scenari bellici di tempi ormai passati.

Se dal punto di vista militare sembra ormai tutto pronto per lo strike, da quello politico gli scenari sono in piena evoluzione e tutto lascia presagire che sia rimasto poco delle dichiarazioni d’intenti occidentali, turche e saudite. Infatti, sebbene inizialmente la “coalition of the willing” avrebbe dovuto essere formata da uno schieramento di Stati talmente imponente da sopperire alla mancanza di un mandato ONU, oggi di quella larga partecipazione auspicata negli ambienti militari statunitensi rimane ben poco. Dopo le dichiarazioni di Roma e Berlino circa l’inopportunità di intervenire senza legittimazione da parte dell’ONU, ha infatti fatto seguito la defezione di Londra che, ricorrendo al veto parlamentare, ha posto fine alle mire interventiste di David Cameron. Inoltre, il ricorso alla funzione parlamentare è stato richiesto anche da Parigi che, però, rimane confinata all’interno della propria carta costituzionale che delega al Presidente Hollande la responsabilità di disporre un intervento militare inferiore ai quattro mesi. In questo quadro, poi, si aggiungono anche le dichiarazioni di Papa Francesco I, che si è espresso contrario al ricorso alla forza nei confronti di Assad e ha convocato manifestazioni interconfessionali di pace in tutto il mondo.

Quanto sta avvenendo nel framework politico va quindi inquadrato sotto tre dimensioni. La prima, quella del diritto internazionale umanitario, vede la condanna unanime di molti governi, non solo occidentali, riguardo l’utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile siriana. Tuttavia, questa condanna non riesce a tramutarsi in consenso per un intervento militare a causa delle divisioni della comunità internazionale e anche della seconda dimensione da analizzare, ovvero l’opinione pubblica occidentale.

Questa, infatti, memore delle dichiarazioni di Bush in merito al possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein nel 2003, sembra allinearsi alle posizioni russe che, come detto, non ritengono credibili le prove che gli Stati Uniti dichiarano di aver raccolto in Siria. Lo stesso voto al parlamento britannico dei giorni scorsi va considerato alla luce delle decisioni unilaterali prese da Tony Blair all’epoca della Seconda Guerra del Golfo.La società civile occidentale, inoltre, teme che dietro all’intervento possano esservi interessi economici ed energetici, una terza chiave di lettura della crisi attuale.

La realtà geopolitica, però, ci restituisce un’immagine differente in quanto la Siria ha scarse risorse petrolifere e, sebbene dotata di gas, essa non ha ancora sviluppato infrastrutture sufficienti per rendere il proprio prodotto appetibile ai mercati internazionali. Questo, quindi, rivela una buonafede statunitense e lascia il quadro decisionale ancora aperto. L’agenda politica dei prossimi giorni sarà fondamentale per chiarire cosa accadrà: giovedì e venerdì è previsto un incontro informale dei Ministri della Difesa dell’UE al quale parteciperà anche il Segretario Generale della NATO Fogh Rasmussen, venerdì e sabato un incontro dei Ministri degli Esteri dell’UE con il Segretario di Stato Kerry, domenica un incontro a Roma degli “Amici della Siria” e, a partire da lunedì 9 è previsto il voto al Congresso degli Stati Uniti.

La Francia nel frattempo ha dichiarato che, qualora il Congresso esprima un giudizio negativo, essa non interverrà in Siria. Al momento siamo probabilmente di fronte ad una sconfitta dei diritti umani e, ancora peggio, stiamo assistendo ad una improbabile vittoria di coloro che i diritti umani hanno calpestato. E’ inopinabile che la decisione ultima spetti al Presidente Obama, ma riteniamo che gli incontri con l’Europa di questa settimana saranno fondamentali affinché, almeno l’Occidente, torni in sé e ripristini un ordine internazionale basato sui valori democratici e sulle libertà individuali fondamentali.

In foto: le proteste contro un intervento militare americano in Siria a Los Angeles (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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