domenica , 18 febbraio 2018
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“Soluzione politica è ancora necessaria”: il Parlamento Europeo si esprime sulla crisi siriana

E’ noto che la PESC, rimanendo un ambito strettamente intergovernativo, lascia ben poco margine di manovra al Parlamento Europeo, confinato nel suo ruolo consultivo. Pur nella loro irrilevanza in termini decisionali, le posizioni del PE riguardo gli scenari di politica internazionale meritano però un certo grado di attenzione, se non altro perché espressione di un dibattito realmente “europeo” che si forma tra i corridoi di Bruxelles anziché nei ristretti vertici nazionali. Ieri si sono riunite le due commissioni parlamentari più coinvolte nell’analisi della crisi siriana e delle possibilità di un intervento militare: la commissione Affari Esteri (AFET) e la commissione Sviluppo (DEVE).

Nel caso della prima, la Siria è stata aggiunta in extremis all’ordine del giorno di quella che doveva già essere una riunione straordinaria, ma che era stata convocata per discutere i recenti sviluppi della situazione politica in Egitto e della controversia Russia-Ucraina. Per bocca del suo presidente Elmar Brok, europarlamentare tedesco del PPE, la commissione ha dimostrato di condividere le preoccupazioni già espresse dal presidente del PE Martin Schulz, che il giorno precedente aveva affidato ad un tweet il suo secco “No a un intervento affrettato ed unilaterale in Siria”.

Si mostra dunque attendista il Parlamento Europeo: pur non rifiutando in toto la possibilità di un intervento militare e pur condannando le posizioni di Russia e Cina, accusate di non fare abbastanza per agevolare una soluzione politica alla crisi, invoca infatti non solo il ricorso all’egida delle Nazioni Unite, ma anche la presentazione di “prove” concrete della responsabilità del regime di Assad per l’uso di armi chimiche, quelle prove che gli Stati Uniti dichiarano di possedere, ma che da più parti sono messe in discussione. Ce n’è dunque abbastanza per evocare lo spettro della guerra in Iraq e le immagini di Colin Powell che sventolava una fialetta di antrace davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’intervento del 2003 contro il regime di Saddam Hussein non è però l’unica analogia storica ricorrente nel dibattito sulla Siria: la Casa Bianca sembra infatti voler fare riferimento al Kosovo, dove la NATO è intervenuta nel 1999 in assenza di un mandato ONU, mentre Brok potrebbe aver in mente la Libia quando sottolinea il rischio che lo scenario post-crisi sia “persino peggiore” della situazione attuale. Oltre ai dubbi sulla legalità dell’intervento e sulle attribuzioni di responsabilità, l’altra preoccupazione emersa è per il ruolo dei gruppi fondamentalisti e jihadisti tra le fila dell’opposizione e per le conseguenze che deriverebbero in caso di vittoria di quest’ultima.

Per la commissione DEVE, la crisi siriana era già in agenda, insieme a Chad e Repubblica Centrafricana, ma nelle sue implicazioni umanitarie più che strategico-politiche, un lato scottante già da molto tempo: per una dimensione della tragedia da questo punto di vista bastino alcuni dati, secondo cui la crisi ha attualmente provocato più di 100.000 morti, circa 1.800.000 rifugiati e oltre 4 milioni di IDPs (Internally Displaced Persons). Nel complesso, le persone per cui si ritiene necessaria “assistenza umanitaria”, sono 6.800.000: l’UE, con il suo stanziamento di 956 milioni di euro (di cui 515 dallo EU Humanitarian Aid Budget e 441 dagli Stati membri), è al momento il maggiore fornitore di assistenza umanitaria alla popolazione siriana.

Tale scenario è stato discusso dalla DEVE con Jean-Louis de Brower, in rappresentanza della DG Humanitarian Aid and Civil Protection (ECHO): de Brower ha sottolineato che l’emergenza umanitaria riguarda non la sola Siria ma l’intera regione, definendo “estremamente instabile” la situazione dei Paesi confinanti. Il dibattito della commissione si è quindi concentrato sulle probabili ripercussioni di un intervento militare in una situazione che appare già estremamente critica: secondo il rappresentante dell’ECHO, sono già in corso preparativi volti a fare fronte ad un’intensificazione del conflitto con coinvolgimento di attori internazionali, in particolare con un aumento delle risorse stanziate nei campi profughi al confine con il Libano, dove ci si aspetta che la maggior parte dei nuovi flussi di rifugiati si diriga. Il problema maggiore resterà tuttavia quello di garantire l’accesso degli attori umanitari alle aree di conflitto: questo può infatti avvenire solo previa autorizzazione del governo di Assad, e con ogni probabilità tale consenso diventerà più difficile da ottenere.

Per quanto riguarda, infine, le posizioni dei vari gruppi parlamentari, i Liberali (ALDE) di Guy Verhofstadt si mostrano i più interventisti, definendo “necessaria” l’azione di una coalizione che comprenda USA, UE, Turchia e la maggioranza dei Paesi Arabi. Più cauti invece i Socialisti e Democratici (S&D), il cui presidente Hannes Swoboda, pur esprimendo l’urgenza di fermare il massacro di civili, si unisce al coro di chi domanda “prove evidenti” prima di autorizzare un qualsiasi coinvolgimento internazionale. In definitiva, il Parlamento Europeo ha espresso la convinzione che una soluzione politica sia ancora necessaria ed in entrambe le commissioni sono emersi numerosi pareri contrari ad un intervento militare. Altrove, con ogni probabilità, si è già deciso altrimenti.

In foto, distribuzione di buoni pasto a profughi siriani a Tripoli, Libano. (© DG Humanitarian Aid and Civil Protection)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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