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Summit a Yekaterinburg: prove di distensione tra Unione Europea e Russia

A Yekateringurg, una cittadina russa ai piedi degli Urali e simbolo del confine tra Asia ed Europa, si è svolto il summit EU-Russia. Per 48 ore tra pranzi di lavoro, tavole rotonde e incontri informali, i leader di Unione Europea e Federazione Russa hanno discusso d’importanti questioni bilaterali e non solo. Le attese che altri attori internazionali nutrivano verso questo summit erano molte, soprattutto dopo l’intesa europea sull’interruzione dell’embargo nei confronti dei ribelli siriani. Secondo molte agenzie, la tensione tra UE e Russia prima di queste 48 ore era alle stelle, e al di là delle dichiarazioni da conferenza stampa, solo nelle prossime settimane potremmo effettivamente valutare le conseguenze del vertice.

In concreto, l’unico risultato effettivamente raggiunto, quantomeno pubblicamente, è stato la firma di un accordo di cooperazione contro il traffico di sostanze chimiche, che se non tracciate adeguatamente, possono essere utilizzate per la produzione di droga. Tali sostanze, infatti, possono giocare un pericoloso doppio ruolo: sono in genere “ingredienti” utilizzati per la produzione di farmaci e prodotti di uso quotidiano, come cosmetici e profumi. Spesso, però, cadono in mani sbagliate, e possono essere utilizzati per la produzione di droghe sintetiche come metamfetamina, cocaina ed eroina. L’accordo chiude un cerchio che l’Unione Europea ha tentato di creare attorno a questo traffico illecito; infatti, è l’ultimo di una lunga serie di accordi internazionali già firmati con i paesi più coinvolti nel traffico e nella produzione di stupefacenti, quali Colombia, Cina, Ecuador, Peru, Cile, Messico, Stati Uniti, Turchia e Venezuela. Tali accordi rientrano nel framework più ampio della “Convenzione delle Nazioni Unite sulle Droghe Narcotiche” del 1988, della quale Russia ed Unione Europea fanno parte.

Oltre a questo importante risultato, durante il summit si è discusso di questioni energetiche, commerciali e politiche. Ma andiamo per ordine.

Per quanto riguarda il settore energetico, che rappresenta il 75% dell’export russo verso il vecchio continente, è stata ribadita la necessità di approfondire tale partnership economica. La Russia, infatti, proprio nel complesso sistema di pipeline che passano per l’Ucraina e approdano in territorio europeo, trova il più forte strumento di leva diplomatica. L’UE, a sua volta, ha un continuo bisogno di enormi quantità di energia e quindi è interesse di entrambi l’approfondimento di questa relazione. Il prossimo passo potrebbe essere convincere i russi a negoziare solo con la Commissione Europea e ad applicare una sola tariffa anziché una specifica per ogni Stato europeo.

Le questioni commerciali, invece, hanno riguardato il recente ingresso della Russia nell’OMC (Organizzazione Mondiale per il Commercio) avvenuto nel 2012; a tal proposito, è necessario continuare nell’implementazione delle norme previste dall’accordo d’ingresso, verso un graduale ma incessante abbattimento delle barriere commerciali. L’accordo prevede una lenta riduzione delle misure di protezione al mercato interno che si completerà solo tra il 2016 e il 2018, ma nel rispetto del principio del consolidamento: una volta che si abbassa il dazio di una certa percentuale, non può più essere rialzato.

Infine, le questioni più politiche, che hanno toccato tasti molto delicati. Prima di tutto, il Presidente Putin ha confermato lo stop alla vendita degli S-300 al Presidente siriano Al-Assad, contraddicendo molte agenzie di stampa europea come peraltro anticipato da questa rivista nei giorni scorsi. Inoltre, il summit ha toccato anche conflitti di vecchia data; “è necessario rafforzare la cooperazione per la sicurezza in Europa, cominciando dai conflitti nel vicinato comune”, ha detto Van Rompuy nel suo discorso di chiusura. Per vicinato comune, il Presidente del Consiglio Europeo intende ovviamente la regione del Caucaso, legata all’Unione Europea attraverso la cosiddetta Eastern Partnership, una sorta di cooperazione rafforzata con alcuni paesi geograficamente contigui al Vecchio Continente. Per la Russia, invece, il Caucaso è una regione sottoposta alla propria esclusiva sfera d’influenza. Il conflitto in Georgia e la questione cecena dimostrano come Putin sia disposto ad usare ogni strumento necessario per mantenere saldamente sotto il proprio controllo questa piccola striscia di terra. Perciò, progetti europei come la pipeline Nabucco, o la menzionata Eastern Partnership possono infastidire il gigante russo; per questa ragione, l’invito di Von Rompuy al dialogo e alla diplomazia è molto importante.

In conclusione, si è trattato di un summit forse un po’ congelato dalla tensione proveniente dalla questione siriana; ha tuttavia portato alcune conferme, come quella sugli S-300, la firma di un importante accordo, e l’apertura alla gestione congiunta di dossier caldi come quello riguardante il Caucaso. In attesa che, nei prossimi mesi, queste dichiarazioni si trasformino in qualcosa di più concreto e visibile.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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2 comments

  1. Gianluca Farsetti

    Caro Alessandro,

    grazie mille per il tuo commento, che espone degli interessanti spunti di riflessione.
    Ad un’analisi ben fatta come la tua, c’è poco da aggiungere, ma proverò ad arricchire quanto già detto.
    L’allargamento verso est, e sopratutto l’ingresso della Polonia aveva tra le altre cose, un obiettivo di lungo termine di avvicinamento verso la Russia. La Polonia era ed è, infatti, lo stato che conosce meglio la politica, l’economia e la cultura russa, e avrebbe potuto giocare questo ruolo di Ponte. Purtroppo,la crisi economica a mio parere, ha portato un rimodellamento delle priorità europee, spostandosi verso relazioni più superficiali e incentrate su relazioni economiche(settore energetico su tutti) e superficiali relazioni politiche.
    Tuttavia, la Russia sta gradualmente realizzando il “pericolo” che l’UE può rappeesentare sopratutto nel caucaso. Infatti, il successo che l’UE sta riscuotendo con i partner ad est dei propri confini (Balcani, est europa e Caucaso), la già citata eastern partnership, sta facendo capire all’orso russo che determinati affari non dipendono solo ed esclusivamente dalla propria volontà. E sorge quindi la necessità di un maggior dialogo che vada oltre le mere questioni economiche: fondamentalismo islamico, diritti umani e così via…
    Se UE e Russia sapranno creare una sorta di special relationship? Nel breve periodo, a meno di eventi molto gravi nel Caucaso, non penso. Nel lungo periodo, tutto dipenderà dall’evoluzione del sistema politico europeo; sono infatti convinto che per dialogare apertamente con grandi potenze come la Russia è necessario avere il peso diplomatico di uno Stato unitario, e non di 27 stati differenti.

    Grazie e continua a seguirci!

    Gianluca

  2. Alessandro Trolese

    Una sempre più stretta collaborazione con la Federazione Russa è negli interessi dell’Europa, ma purtroppo i motivi di attrito tra i due colossi si ripresentano ciclicamente a interrompere l’approfondimento della collaborazione. E’ un vero peccato che a vent’anni della fine della Guerra Fredda si ripropongano le stesse dinamiche tipiche del confronto tra le due sponde della cortina di ferro: periodi di distensioni si susseguono a inasprimenti nei rapporti.

    L’Unione Europea potrà mai instaurare con la Russia rapporti tanto stretti quanto quelli esistenti con gli Stati Uniti? Si riuscirà a superare l’atavica senso della minaccia incombente del “orso russo” sul continente europeo (in specie sui paesi dell’Europa Orientale) solo temporaneamente allentata dall’arretramento delle frontiere russe? E’ possibile un’integrazione del mondo russo nel cosiddetto “occidente”?

    A parte gli inevitabili interessi strategici divergenti non sono pochi i punti di contatto tra Mosca e le capitali dell’Europa Occidentale. La lotta al terrorismo e al fondamentalismo islamico ad esempio: un terreno che darebbe fertili frutti se solo si richiedesse l’assistenza delle forze armate e d’intelligence russe, senza contare la conoscenza minuziosa delle realtà locali (Cecenia, Dagestan, Asia Centrale, Afghanistan) legate a una presenza plurisecolare di cui l’Occidente non è dotato.
    Inoltre la Russia potrebbe essere un valido supporto nel dialogo con la Cina e il Giappone, data la posizione strategica di ponte dell’Europa verso l’Estremo Oriente

    Dal canto suo l’Europa sta già assistendo a un’aumento della presenza russa in aree ben al di là della zona d’influenza anche della superpotenza sovietica: a Cipro, nel Montenegro e nella stessa Italia iniziative culturali, artistiche e investimenti economici hanno molto rafforzato la posizione russa (l’Italia ad esempio ha visto aumentare vertiginosamente il numero di immigrati russi). Sarebbe il coronamento dell’antico sogno russo di raggiungere il Mediterraneo mentre l’Europa potrebbe godere di una via per raggiungere l’Asia profonda. Geograficamente Europa e Russia sono complementari e tra Atlantico e Pacifico non ci sono vere barriere naturali.

    E se quindi il baricentro dell’Europa si spostasse progressivamente ad Est? L’allargamento dell’Unione ai paesi del ex blocco sovietico con conseguente diritto di voto sia al Parlamento Europeo che nel Consiglio influirà sulle decisioni politiche. Questi paesi, forti della sicurezza di appartenere a un organismo più ampio e al dispositivo, potranno abbandonare la diffidenza e paura verso l’approfondimento dei rapporti con il vicino orientale e riscoprire le comuni origini etnico-linguistiche (comuni radici slave ed indoeuropee), religiose (ecumenismo ortodosso) e storiche, nonché il vantaggi economici di un rapporto meno teso con la Russia (forniture energetiche a prezzi vantaggiosi).
    Considerate il risvolto delle primavere arabe: il risveglio delle tendenze islamiche più o meno moderate, l’instabilità della regione (guerra civile in Libia e Siria, aumento attentati suicidi in Iraq, Libia, tensioni politiche in Tunisia..) potrebbe scavare un solco sempre più profondo tra le due sponde del Mediterraneo. Uno scenario del genere, comunque non auspicabile, costringerebbe l’Europa a cercare altri partner energetici e strategici più affidabili con cui dialogare, e sarebbe inevitabile rivolgersi alla Russa.
    La via per l’uscita dall’attuale recessione dell’economia europea potrebbe essere proprio un’integrazione economica con la CSI: l’Europa avida di materie prime e mercati, i partner euro-asiatici di investimenti e modernizzazione. Un mercato comune euroasiatico potrebbe arrecare vantaggi reciproci.

    Solo una volta superati questi interrogativi si potrà parlare di integrazione della Russia nel sistema euro-asiatico, di quell’integrazione che sembrava possibile durante la lotta comune anti-fascista ma che la Guerra Fredda interruppe bruscamente.

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