martedì , 14 agosto 2018
18comix

Summit UE-Africa: “Prosperity and People” i perni di un dialogo difficile

Nulla di nuovo dal sud. O quasi. Si è chiuso con una pomposa dichiarazione di intenti il simposio della retorica del partenariato UE-Africa per una crescita sostenibile e inclusiva. L’audacia della dichiarazione è riflesso del “compromesso diplomatico storico”: interdipendenza e rapporto tra pari, incentrato sulle popolazioni dei due continenti. Prosperity and People sono i due pivot dell’impegno dell’Unione Europea e di quella Africana per una maggiore integrazione economica e un dialogo strutturato su migrazione e sviluppo, “necessità dettate dalla mondializzazione”.

A distanza di 7 anni dall’adozione della Strategia Comune, tanti i cambiamenti. Se l’UE ha provato fino all’ultimo a tenere in piedi i regimi libico ed egiziano in nome di stabilità geopolitica ed interessi commerciali, con la loro uscita di scena l’Africa ha perso due attori chiave del panafricanismo. I leader africani manifestano oggi il proprio dissenso in seno all’ONU e al WTO, ma procedono scoordinati e a tentoni, soggetti a periodiche crisi politico-militari che riescono a superare solo con interventi esterni.

Conscio della sua attrattività per gli investitori internazionali, il continente tesse importanti relazioni commerciali con Cina, India e Brasile. La crescita che ne deriva è accompagnata dalla creazione di posti di lavoro insufficienti e nessuna redistribuzione. Parlare di creazione di una classe media africana è azzardato: vi è anzi il rischio che il benessere economico derivante da ulteriori aperture rimanga, appunto, circoscritto alle élites che hanno accesso al mercato. Per dirla con Bright B. Simons, l’Africa ha solo due super-classi: i super ricchi e un’enorme distesa di più o meno poveri che, spinti al consumo dagli aiuti e dalle rimesse, entrano ed escono dalle statistiche-farsa di una classe media fluttuante.

Con Rio+20 lo sviluppo sostenibile è stato fuso con le politiche market-oriented. La green economy cerca di eliminare l’idea che sostenibilità e crescita si escludano a vicenda. Alla fine, i mercati esistenti per le politiche ambientali sono stati aperti alla gestione dell’agricoltura ed ai servizi idrici. Rio+20 ignora in gran parte il peso di rapporti di potere fortemente disuguali e riflette gli interessi in gioco nel funzionamento del sistema globale.

L’Africa si agita quando si parla di reciprocità nella liberalizzazione degli scambi: decenni di sussidi alle esportazioni di materie prime e prodotti non lavorati, più che incentivi a sviluppare imprese competitive, sono valsi come premi ai governi per il mantenimento dello status quo. Questi Paesi sono tuttora soggetti ad una escalation tariffaria quando si tratta di esportare prodotti lavorati nel nostro mercato: ciò spiega perché sia le joint ventures che gli investimenti pubblici in industrie di trasformazione non siano fruttuosi. Inoltre, i “costi di adeguamento” come gli standard fitosanitari hanno un effetto restrittivo simile alle barriere, neutralizzando i benefici delle tariffe preferenziali su alcuni prodotti.

Dal canto suo, l’UE è segnata da una crisi economica senza precedenti ed è vittima della sua stessa ricetta anti-crisi. Si ritrova a dover gestire una perdita di legittimità agli occhi della popolazione. Situazione che si riflette in una perdita di credibilità nelle relazioni con l’Africa. Non solo meno fondi per la cooperazione allo sviluppo: con i nazionalismi in agguato, l’UE farà sempre più fatica a concretizzare il dialogo sulla mobilità intercontinentale aperto ormai da anni.

Sin dall’inizio il focus su migrazione&sviluppo è stato vuotato del suo senso. Tra le cause, la lettura dominante della migrazione sud-nord come di un problema di sicurezza, non come sfida demografica per sviluppare sinergie che sfocino in opportunità lavorative. Il sistema educativo africano è in contrasto con la sua realtà socio-economica: masse di giovani altamente istruiti senza opportunità professionali disponibili. I rari, timidi esempi di gestione coordinata della migrazione economica sono da ricercare nelle relazioni avanzate con singoli Paesi come il Marocco, che ha firmato un partenariato di mobilità con l’UE. Per il resto, l’apertura al programma Erasmus + paventata al summit è l’unica nota positiva.

Per quanto riguarda il processo di regionalizzazione, i governi dell’Africa occidentale hanno messo a punto il programma PAPED per l’accordo di partenariato economico, finanziato, con una recente decisione del Consiglio, con 6,5 miliardi per il periodo 2015-2020. La grande sfida: assicurare uno sviluppo socio-economico il più possibile inclusivo. Accesso alle risorse appunto, un argomento evergreen in Africa.

Nell’immagine, Herman van Rompuy, Nkosazana Dlamini-Zuma, Chairwoman della Commissione dell’UA e José Manuel Barroso (photo: European Commission) 

L' Autore - Redazione Europae

Check Also

libia

Libia e la roadmap per le elezioni: l’offensiva diplomatica di Macron

A Parigi il 30 maggio scorso è andato in scena il protagonismo francese sullo scacchiere …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *