martedì , 20 febbraio 2018
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Tempo di riforma alle Nazioni Unite?

Il 17 Ottobre la Rappresentanza diplomatica dell’Arabia Saudita è stata eletta membro non permanente del Consiglio di Sicurezza (Cds) per il biennio 2014-2015. Tuttavia, il 18 ottobre il Ministro degli Esteri saudita ha comunicato che rifiuteranno di sedere al Cds. Motivo di questa “protesta”, spiega il Ministro, è un presunto doppio standard che il supremo Organo delle Nazioni Unite utilizza per risolvere le questioni più importanti. Tra quelle più facilmente intuibili, e citate anche dalle autorità saudite, c’è la questione siriana e quella palestinese, che il Cds non sembra in grado di risolvere definitivamente.

Oltre ad un gesto da contestualizzare nella geopolitica mediorientale, la decisione dell’Arabia Saudita deve essere analizzata alla luce del vero problema di fondo: la riforma del Cds. Quest’ultimo, dopo l’ultima e unica riforma risalente al 1963, è ancora caratterizzato dalla stessa identica struttura: 5 membri permanenti – Inghilterra, Francia, USA, Cina e Russia, cioè i vincitori della seconda guerra mondiale – più 10 membri non permanenti eletti dall’Assemblea Generale con un mandato di 2 anni. Inoltre, solo i 5 membri permanenti detengono il cosiddetto diritto di veto attraverso il quale possono bloccare sul nascere ogni tipo di iniziativa portata avanti da un altro membro.

Tale struttura ha già ampiamente mostrato i propri limiti da due punti di vista: dell’efficacia, dal momento che il diritto di veto non ha praticamente permesso al Cds di attivarsi ogni qual volta fosse stato necessario. Basti pensare ai casi della Siria o delle guerre nell’ex Jugoslavia. Il secondo limite è quello concernente la rappresentanza: la struttura della comunità internazionale è profondamente cambiata dal 1945. Oltre ad avere un intero continente, quello africano, non rappresentato, il Cds non rispecchia nemmeno gli attuali equilibri di forza.

A tale riguardo, i punti chiave che potrebbero riguardare un’eventuale riforma del Cds sono i seguenti:

1. La questione europea: nel 1993 il Ministro degli Esteri Beniamino Andreatta propose l’istituzione di un seggio permanente europeo. Alcuni rumors sostengono che tale proposta sia stato solo un espediente italiano per evitare alla Germania e al Giappone di guadagnare un seggio permanente nei primi anni ‘90. L’Italia articolò la proposta con due alternative: o la nascita di un sesto seggio o la sostituzione di quello francese e inglese con quello unico europeo. Entrambe le soluzioni trovano il limite più grosso nella Carta delle Nazioni Unite, la quale permette l’ingresso nell’Organizzazione solo a Stati, e l’Unione Europea non lo è. Quest’ultima non è ancora rappresentata alle NU, se non come osservatore presso l’Assemblea Generale. La seconda, tuttavia, si scontrerebbe anche con le istanze nazionaliste di Francia e Gran Bretagna. Il Parlamento Europeo e l’ex Alto Rappresentante Solana hanno cercato nel 2007-2008 di sostenere l’idea di un seggio unico, ma gli sforzi sono stati vani. Anche in questo caso, la necessità di velocizzare il processo d’integrazione politico è lampante.

2. La questione del veto: tra coloro che ne sostengono la necessità si trovano gli attuali membri permanenti e gli Stati del G-4, cioè coloro che aspirano a diventare dei membri permanenti come India, Brasile, Germania e Giappone. Questi ultimi, in previsione di un loro ingresso al Cds non desiderano ovviamente abolire il potere di veto. Chi vi si oppone sono l’Unione Africana e il gruppo “Uniting for consensus”, un variegato gruppo di Paesi europei e non, che sanno di non avere possibilità di guadagnarsi un seggio permanente (Italia, Pakistan, Messico, Egitto, Spagna e così via).

3. La rappresentanza regionale: la nascita di un seggio europeo sarebbe una forte spinta verso una rappresentanza che si basi sulle aree regionali. A tale riguardo, l’Unione Africana, che s’ispira molto al modello europeo, e il gruppo “Uniting For Consensus” hanno sempre sostenuto tale approccio. Il Cds deve rappresentare le aree regionali del globo.

Le questioni da risolvere sono dunque molte e di una certa complessità politica e legale. Tuttavia, se l’obiettivo è mantenere 193 Paesi nell’anarchia, questo Cds può e sta svolgendo tale compito, se si escludono alcune missioni di peace-keeping. Ma se oltre all’anarchia si stanno cercando momenti di ordine, o almeno di coordinamento, non c’è altra soluzione che cambiare la struttura del Cds e fare in modo che possa svolgere il compito per cui è stato istituito: mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

In foto l’aula del Consiglio di Sicurezza (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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