lunedì , 19 febbraio 2018
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Tunisia: una rivoluzione al capolinea?

Non lo avrebbe certo immaginato così il suo discorso di fronte alla plenaria del Parlamento Europeo. Moncef Marzouki, Presidente della Tunisia e leader del partito Congresso per la Repubblica (CPR), avrebbe preferito parlare dei successi che il suo Paese ha saputo raggiungere in questi ultimi mesi di prove democratiche. Ma il mattino del 6 febbraio, a poche ore dal suo intervento a Strasburgo, è arrivata la tragica notizia dell’assassinio di Chokri Belaid, leader del Fronte Popolare, vasta coalizione di opposizione in Tunisia. Si tratta del primo delitto politico nel Paese dagli avvenimenti della “rivoluzione dei gelsomini”. Avvocato, attivista ma soprattutto uomo laico, con Belaid se n’è andata quella che il Presidente francese François Hollande ha definito una delle voci più coraggiose e libere della Tunisia.

La sera precedente il suo assassinio, lo stesso Belaid aveva denunciato le violenze dei Comitati per la protezione della Rivoluzione, gruppi di estremisti all’interno di Ennahda, il partito islamista che gode della maggioranza nell’Assemblea Nazionale Costituente e guida il Paese dalle elezioni dell’ottobre 2011. Nel corso di un’intervista alla televisione locale Belaid aveva detto con estrema lucidità che «chiunque critica Ennahda può essere vittima di violenza». Una profezia che si auto avvera?

Una «missiva che non riceverà risposta», così ne ha parlato Marzouki a Strasburgo, fortemente convinto che gli estremisti non riusciranno a farsi strada in un Paese in cui la democrazia ha imposto le sue regole anche ai partiti islamisti. Il Presidente vuole soffermarsi sul “bicchiere mezzo pieno” e pensare che la Tunisia non potrebbe mai tornare alla violenza e alla censura politica del passato. Non vuole solo rassicurare i suoi interlocutori europei, ma anche ricucire le ferite della sua storia personale, aperte da quelle stesse violenze che oggi ripercorrono le strade tunisine e che lo portarono in carcere e poi all’esilio negli anni di Zine El-Abidine Ben Ali per aver fondato il CPR, primo partito della storia tunisina che si oppose apertamente alla dittatura.

Della stessa mattinata, a mezzo di una dichiarazione congiunta dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton e del Commissario per la politica di vicinato Štefan Füle, è la forte condanna dell’UE per le violenze che hanno portato all’uccisione di Belaid e che hanno riacceso l’incertezza sul futuro politico della Tunisia.

Solo nei giorni successivi è diventato chiaro che il Paese si trovava di fronte al più profondo stallo politico del dopo-Ben Ali. Una crisi importante che ha comportato una lacerante spaccatura interna di Ennahda. I due principali fronti all’interno della coalizione di governo vedono lo scontro tra coloro che vogliono la creazione di un governo tecnico indipendente per fronteggiare questa crisi, come proposto dal Primo Ministro Hamadi Jebali, e coloro che vogliono continuare nell’azione di governo, come dichiarato dal leader del partito Rashad Ghannouchi. Anche le altre forze politiche hanno prontamente reagito amplificando la portata del momento più critico nella storia della nuova Tunisia. Il CPR ha annunciato il ritiro dei suoi tre ministri dal governo nazionale, mentre il Fronte Popolare, orfano del suo leader carismatico, ha annunciato il ritiro dall’Assemblea Nazionale Costituente in cui sedeva come seconda forza politica dopo Ennahda.

Nel frattempo si sono riaccese le proteste popolari in tutto il Paese. Diverse sedi di Ennahda sono state date alle fiamme e episodi di violenza si sono verificati nelle maggiori città. Belaid non era solo un uomo politico tunisino ma un «simbolo della rivoluzione» del 2010, come ha sottolineato il Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi. Il popolo tunisino deve ancora affrontare molte difficoltà nel suo cammino verso la democrazia e deve saper dare ascolto alle tante voci moderate e laiche che popolano il paese.

La profonda crisi politica rallenterà ulteriormente la già difficile stesura della nuova costituzione. Inizialmente previsto per ottobre 2012, il testo costituzionale era atteso per i primi mesi del 2013, come aveva confermato Jebali a Bruxelles lo scorso ottobre. Fu proprio in quell’occasione che il Primo Ministro tunisino dichiarò di accogliere la proposta di una missione di osservazione elettorale dell’UE per le elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il prossimo giugno ma che sembrano diventate ora un’ipotesi più remota. Così come sempre più lontane diventano le possibilità di iniziare le trattative per la costituzione di quell’area di libero scambio globale e approfondita paventata dall’UE nel corso del recente Consiglio Europeo. I tempi non sembrano ancora maturi per concretizzare la partnership privilegiata UE-Tunisia. Il Paese nordafricano ha ora bisogno di concentrarsi sulle sue sfide interne e di riflettere sul proprio futuro politico. Il rischio di una controrivoluzione nel Paese che accese le primavere arabe è oggi più attuale che mai.

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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