martedì , 14 agosto 2018
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La Turchia apre al Kurdistan iracheno autonomo

Ufficialmente, la Turchia continua ad opporsi alla nascita di un Kurdistan indipendente in Iraq. Ma, al di fuori delle dichiarazioni ufficiali, la strategia di Ankara sta in realtà cambiando: o meglio, quella che era sempre stata per il governo turco un’opzione inaccettabile è oggi considerata non da escludere. Questo è dimostrato dai messaggi moderati o ambigui che il governo turco ha comunicato di recente in merito agli sviluppi della situazione in Iraq, dando l’impressione di non voler prendere una posizione netta come quella che ci si aspetterebbe. Il portavoce dell’AKP Huseyin Celik ha ad esempio negli ultimi giorni suggerito che Ankara potrebbe, se non “sostenere”, almeno “tollerare” la nascita di uno Stato curdo indipendente nel Paese confinante.

Le ragioni di questo cambiamento nella posizione del governo turco sono molteplici. C’è tra queste il cattivo rapporto con il governo di Maliki, accusato di settarismo a scapito della componente sunnita del Paese, ma anche l’abilità delle autorità del governo regionale curdo nel tessere rapporti con la comunità internazionale, offrendo di se stesse un’immagine il più possibile aperta e moderata. Nel caso specifico della Turchia, ad esempio, le autorità di Erbil hanno impedito al PKK di lanciare attacchi dal proprio territorio e hanno fatto appello ad una risoluzione pacifica della questione curda in Turchia.

Ankara ha poi molti interessi economici in gioco: in particolare, per quanto riguarda l’importazione di gas e petrolio, che riesce ad ottenere a prezzi più vantaggiosi di quelli che paga invece a Russia ed Iran. Inoltre, secondo diversi analisti, l’argomento per cui l’indipendenza della regione irachena porterebbe ad un effetto a catena negli altri Stati in cui risiedono significative minoranze curde (quindi in Turchia, in Iran e, in misura minore, in Siria) è sovrastimato: infatti la leadership del governo regionale curdo non ha le risorse, e quindi neppure la volontà, per tentare di unire tutti i curdi in un unico Stato (basti pensare che i curdi in Turchia sono circa 20 milioni, cioè quattro volte la popolazione del Kurdistan iracheno). Infine, uno Stato autonomo curdo governato saldamente potrebbe servire da zona cuscinetto per assorbire le minacce dell’integralismo islamico provenienti dalla regione.

In ogni caso, le possibili conseguenze negative del riconoscimento di uno Stato indipendente non vanno sottovalutate. Innanzitutto, porterebbe probabilmente un nuovo fattore di instabilità nel complicato scacchiere del Medio Oriente, se non altro perché i suoi confini sarebbero incerti, con una disputa già in corso tra Erbil e Baghdad per il controllo della città di Kirkuk, che possiede il maggiore giacimento petrolifero del Paese.

Perciò, la strada migliore per la Turchia è probabilmente quella non tanto di sostenere la piena indipendenza del Kurdistan, ma piuttosto quella di riaffermare il sostegno per l’autonomia della regione e continuare a promuovere stretti rapporti diplomatici con il governo curdo iracheno. Questo andrebbe poi analizzato in parallelo al processo di pace con i curdi turchi che il governo di Erdogan sta conducendo ormai da tempo, con aperture significative rispetto ai governi precedenti. In questi termini, l’evoluzione della questione curda in Iraq ha sicuramente implicazioni per la questione curda in Turchia, ma non si tratta di conseguenze necessariamente negative. Al contrario, assicurarsi il sostegno dei curdi iracheni potrebbe agevolare il raggiungimento di una soluzione al dilemma che consuma i governi turchi da decenni.

In questo senso, anche l’Unione Europea dovrebbe avere interesse a sostenere un rafforzamento dei rapporti tra Turchia e governo regionale del Kurdistan: infatti, l’UE è tradizionalmente uno degli attori principali nel promuovere la risoluzione pacifica della questione curda in Turchia. E come diceva già il Primo Ministro turco Yilmaz nel 1999, con riferimento ad una delle principali città curde del Paese: “la via per l’UE passa per Diyarbakir”.

In foto una bandiera del PKK a Bruxelles (Foto: Eoghan OLionnain – www.flickr.com, 2011)

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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