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Ucraina: a Minsk 12 punti per la pace, o per la tregua

12 punti per la pace. O almeno per la tregua. E’ questo il risultato degli incontri di Minsk, che dalla fine di agosto ha ospitato rappresentanti di Ucraina, ribelli filorussi, Russia e OSCE impegnati a cercare una soluzione per il futuro dell’Ucraina. 12 punti che cominciano con il primo, fondamentale, risultato: un cessate il fuoco. Dall ore 18 (ora italiana) del 5 settembre, nel Donbass non si spara più. Un cessate il fuoco fragile – minacciata da alcune esplosioni nei pressi di Mariupol, dove sembra nella notte ci sia stato un morto – ma che per ora sembra reggere.

Gli altri punti del documento – diffuso dall’OSCE e firmato dall’ex Presidente Leonid Kuchma (per l’Ucraina), da Alexander Zakarchenko e Igor Plotnisky (per le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk), dall’Ambasciatore Mikhail Zurabov (per la Russia) e da Heidi Tagliavini (per l’OSCE) – rappresentano una sorta di roadmap per il futuro del Donbass ed includono obiettivi di breve e medio termine. Nel preambolo, i meriti del Presidente ucraino Petro Poroshenko e di Vladimir Putin. L’accordo ricalca infatti le proposte di giugno del primo (che allora, però, si era rifiutato di coinvolgere nel dialogo i “ribelli” filorussi) e quelle di fine agosto del Presidente russo, 7 punti scritti a mano e letti durante il viaggio da Blagoveschensk a Ulan Bator, in Mongolia.

Da oggi, 8 settembre, si comincerà a discutere dell’attuazione. Si comincerà con gli obiettivi a breve termine, come il rilascio “all to all” dei prigionieri (punto 5), l’avvio di misure volte a migliorare la situazione umanitaria (punto 8), la possibilità per l’OSCE di monitorare la tregua (punto 2) e la zona di confine russo-ucraina con creazione di un’area di sicurezza (punto 4). Di non difficile attuazione sembrano anche le misure di sicurezza per i negoziatori (punto 12).

Le criticità potrebbero sorgere, invece, quando si comincerà a discutere di come smantellare le formazioni militari, paramilitari e di mercenari presenti sul territorio ucraino (punto 10). Da una parte i ribelli difficilmente accetteranno di disarmarsi prima di vedere progressi nell’attuazione degli altri punti o, in alternativa, del ritiro delle forze armate ucraine dalle regioni. Dall’altra le forze governative saranno restie al ritirarsi e non sarà semplice capire la reazione di alcune formazioni di volontari che in questi mesi le hanno coadiuvate.

L’attuazione del punto 10 dipenderà anche dalle assicurazioni in merito all’amnistia ed all’impossibilità di perseguire cittadini per fatti compiuti nell’ambito degli avvenimenti che hanno coinvolto le regioni di Donetsk e Luhansk (punto 6). Altro elemento facilitatore potrebbe essere l’attuazione del punto 11, che prevede un programma per il rilancio economico di due regioni che in questi mesi, causa guerra, hanno visto la loro produzione industriale calare del 29%, con settori particolarmente danneggiati come l’industria chimica (-41%), quella leggera (-46%) e dei macchinari (-34%), la metallurgia e la farmaceutica.

Tutto da discutere sarà poi, inevitabilmente, il futuro politico, a medio termine, del Donbass. Ovvero la decentralizzazione del potere e attuazione della Legge a Statuto Speciale per regioni di Donetsk e Luhansk (punto 3), il dialogo inclusivo nazionale (punto 7) e le nuove elezioni, sulla base dello Statuto Speciale (punto 9). La difficile attuazione deriva dalla diversa idea sullo status, cui i 12 punti non fanno riferimento. L’idea russa è quella di un’Ucraina federale (con le due regioni in grado di bloccare, su indicazione di Mosca, qualsiasi tentativo di Kiev di aderire alla NATO), quella di Poroshenko si limita a maggiori autonomie amministrative ed economiche. Molto improbabile che una delle due parti compia un passo indietro. Con il rischio di una tregua infinita ed un “conflitto congelato” alla stregua di Transnistria, Abkhazia ed Ossezia, e con Mosca in grado di condizionare la politica estera dell’Ucraina minacciandone l’integrità territoriale.

Un rischio ingente, che mette in luce, oltre all’invadenza ed all’aggressività di Putin, anche gli errori dell’Occidente. I mesi persi a rifiutare il dialogo coi ribelli (il piano di giugno di Poroshenko non li includeva nel dialogo) hanno accresciuto il numero dei morti, rendendo più difficile, per le due parti, “dimenticare” i torti subiti. L’appoggio incondizionato al nuovo governo ucraino, senza chiedere un’estromissione delle frange estreme, che ha reso l’Occidente parte in causa e non mediatore super partes. Errori che lo stesso Yatsenyuk ha contribuito, involontariamente, ad evidenziare, dichiarando dopo l’accordo, che “per attuarlo sarà fondamentale costruire un muro lungo il confine tra Russia e Ucraina”. Errori a cui il dialogo dei prossimi giorni, mesi, anni, dovrà porre rimedio. Partendo dal primo, fondamentale, risultato: una discussione con armi, se non deposte, almeno nel fodero.

Photo © TImon91, 2011, www.flickr.com

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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